Modalità di rimborso delle spese sostenute dal danneggiato per l’attività stragiudiziale

La Corte di Cassazione ha statuito che le spese legali dovute dal danneggiato/cliente al proprio avvocato in relazione ad attività stragiudiziale seguita da attività giudiziale non possono formare oggetto di liquidazione con la nota di cui all’art. 75 disp. att. c.p.c.. Il danneggiato deve infatti farne oggetto della domanda di risarcimento del danno emergente nei confronti dell’altra parte con le preclusioni processuali ordinarie nei confronti delle nuove domande.

Nel caso di specie il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva accolto la richiesta di un soggetto che aveva subito dei danni da un sinistro stradale e aveva posto a carico dei soccombenti le spese di lite, con la precisazione che avrebbero dovuto essere detratte le somme già corrisposte dall’assicurazione come rimborso dei costi sostenuti per la difesa e l’assistenza stragiudiziale. La Corte d’appello di Roma aveva confermato detta decisione.

Prima dell’ordinanza in discussione, sulla questione si erano già espresse le Sezioni Unite che, con la sentenza n. 16990/17, avevano stabilito che in continuità con giurisprudenza delle sezioni semplici (Cass. n. 997/10; n. 6422/17), il rimborso delle spese di assistenza stragiudiziale ha natura di danno emergente, consistente nel costo sostenuto per l’attività svolta da un legale in detta fase pre-contenziosa. L’utilità di tale esborso, ai fini della possibilità di porlo a carico del danneggiante, deve essere valutata ex ante, cioè in vista di quello che poteva ragionevolmente presumersi essere l’esito futuro del giudizio. Pertanto, le spese dell’attività stragiudiziale, seppur svolta da un avvocato, sono cosa diversa rispetto alle spese processuali vere e proprie.

Conseguenza di ciò è che, se la liquidazione deve avvenire secondo le tariffe forensi, essa resta soggetta ai normali oneri di domanda, allegazione e prova secondo l’ordinaria scansione processuale, al pari delle altre voci di danno emergente. Questo comporta che la corrispondente spesa sostenuta non è configurabile come danno emergente e non può, pertanto, essere riversata sul danneggiante quando sia, ad esempio, superflua ai fini di una più pronta definizione del contenzioso, non avendo avuto in concreto utilità per evitare il giudizio o per assicurare una tutela più rapida risolvendo problemi tecnici di qualche complessità (Cass. n. 9548/17).

Ne deriva che non è corretta affermazione di taluna giurisprudenza (Cass. n. 14594/05) secondo cui le spese legali dovute dal danneggiato/cliente al proprio avvocato in relazione ad attività stragiudiziale seguita da attività giudiziale possono formare oggetto di liquidazione con la nota di cui all’art. 75 disp. att. c.p.c. (Cass. n. 14594/05), dovendo invece formare oggetto della domanda di risarcimento del danno emergente nei confronti dell’altra parte con le preclusioni processuali ordinarie nei confronti delle nuove domande.

La Suprema Corte nella pronuncia in oggetto precisa che «le spese sostenute anteriormente al ricorso sono, infatti, esborsi diversi e non sovrapponibili a quelli rappresentati dalle spese giudiziali in senso stretto (quelle cioè affrontate per l’instaurazione della causa e per l’assistenza e la difesa nel corso della stessa), di talché, in difetto di specificazione alcuna circa la riferibilità di quelle liquidate di primo grado anche alla attività stragiudiziale, ed anzi nella espressa imputazione di queste ultime, ricavabile dallo stessa passaggio motivazionale, alle singole fasi del processo, si appalesa affatto ingiustificata la compensazione operata dai giudici di merito tra quanto già ricevuto dal danneggiato per rimborso delle spese legali relative alla fase stragiudiziale e quanto invece liquidato da Tribunale per spese giudiziali relative alle successive prestazioni di patrocinio in giudizio».

In conclusione, la Corte accoglie parzialmente il ricorso e rinvia alla Corte d’Appello di Napoli.

Cass., Sez. III, 4 novembre 2020, n. 24481

Nadia Rolandi – n.rolandi@lascalaw.com

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