L’assenza di preventivo non esclude il diritto al compenso dell’avvocato

Il mancato guadagno va provato da chi lo pretende

Nell’ipotesi di recesso unilaterale del committente dal contratto di appalto, ai sensi dell’art. 1671 c.c., grava sull’appaltatore, che chiede di essere indennizzato del mancato guadagno, l’onere di dimostrare quale sarebbe stato l’utile netto da lui conseguibile con l’esecuzione delle opere appaltate, costituito dalla differenza tra il pattuito prezzo globale dell’appalto e le spese che si sarebbero rese necessarie per la realizzazione delle opere, restando salva per il committente la facoltà di provare che l’interruzione dell’appalto non ha impedito all’appaltatore di realizzare guadagni sostitutivi ovvero che gli ha procurato vantaggi diversi.

È quanto precisato dalla Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione in una recentissima sentenza.

Il caso posto al vaglio della Cassazione traeva origine dal recesso di un Condominio da un contratto di appalto che era a quest’ultimo costato una citazione in giudizio, da parte dell’impresa appaltatrice, per il risarcimento dei danni.

E mentre il Tribunale aveva rigettato tout court la domanda dell’impresa appaltatrice, ritenendo in alcun modo provato il danno, la Corte d’Appello aveva invece ritenuto che, almeno per quanto concerneva il lucro cessante, ovvero il mancato guadagno derivante dal fatto illecito altrui, la domanda dell’impresa andasse accolta. Secondo la Corte d’Appello, infatti, costituiva “fatto notorio che la parte contrattuale che subisce l’interruzione di un rapporto in essere venga privata dell’utile che dall’esecuzione del contratto le sarebbe derivato” soprattutto ove il committente non abbia dimostrato (come nella specie) che l’impresa avesse reperito un contraente sostitutivo in modo da garantirsi comunque un guadagno.

Contro la sentenza della Corte d’Appello aveva proposto ricorso in Cassazione il Condominio, al quale non era andata giù la condanna al pagamento dell’indennizzo per lucro cessante.

In particolare, secondo la difesa del Condominio, tale condanna, motivata dall’interpretazione secondo la quale spetterebbe al committente dimostrare che l’appaltatore non abbia potuto reperire un contraente sostitutivo, si poneva in palese violazione del principio di vicinanza della prova di cui all’art. 2697 c.c.

Ebbene, a detta della Cassazione il motivo del ricorso andava accolto. Secondo la giurisprudenza di legittimità, infatti, la facoltà del committente di provare che l’interruzione dell’appalto non abbia impedito all’appaltatore di realizzare guadagni sostitutivi, non deve tradursi in un’inversione dell’onere della prova, spettando comunque a chi pretende di essere risarcito l’onere di dimostrare quale sarebbe stato l’utile netto da lui conseguibile con l’esecuzione delle opere appaltate, costituito dalla differenza tra il pattuito prezzo globale dell’appalto e le spese che si sarebbero rese necessarie per la realizzazione delle opere.

Sulla scorta delle argomentazioni che precedono, la Corte ha cassato la sentenza impugnata rinviando la causa ad altra sezione della Corte d’Appello territorialmente competente.

Cass. Sez. II, 17 luglio 2020, n. 15304

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

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