L’utilizzo di un marchio noto a fini parodistici non integra contraffazione

L’utilizzo di un marchio noto a fini parodistici non integra contraffazione

La Cassazione Penale si è recentemente pronunciata a tutela dell’uso parodistico di marchi altrui che godono di rinomanza. Al centro del procedimento in esame c’è il marchio “Fake Lab”, brand di abbigliamento che ha costruito la propria notorietà sulla rivisitazione in chiave parodistica di loghi ben noti al grande pubblico come Fila, Gucci, Adidas, Versace, Hermès, Givenchy, Balenciaga, Lacoste e Warner Bros (per Batman e Superman).

La vicenda ha avuto inizio dal decreto di sequestro probatorio emesso dal Tribunale di Ravenna e avente ad oggetto capi di abbigliamento a marchio “Fake Lab”, per i reati di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi (art. 474 c.p.) e ricettazione (art 648 c.p.). L’imputato si è poi visto rifiutare la propria richiesta di riesame del decreto, e ha quindi provveduto a proporre ricorso in Cassazione contro l’ordinanza di rigetto del Tribunale del riesame delle misure cautelari di Ravenna.

Fake Lab sosteneva l’illegittimità del sequestro per mancanza del fumus commissi delicti in ordine alla contraffazione di prodotti con marchio registrato (reato presupposto della contestata ricettazione). Le argomentazioni di parte si basavano sul fatto che capi sequestrati non erano oggetto di contraffazione, in quanto i marchi ritenuti falsificati, erano in realtà stati utilizzati come punto di partenza per creare delle immagini originali e nuove, progettate appunto con finalità parodistiche.

Infatti, poiché sia riconoscibile la contraffazione è necessario che il prodotto che si assume falsificato sia confondibile con gli originali e sia quindi idoneo a creare confusione nel consumatore.

In linea con tale posizione si è pronunciata la Corte di Cassazione con la sentenza n. 35166 del 31 luglio 2019, che ha affermato che non si configura la contraffazione del marchio quando i prodotti oggetto di sequestro probatorio presentano un’indiscussa originalità risultando, nel caso di specie, caratterizzati da immagini create attraverso l’uso di marchi noti, non a fini “distintivi”, e dunque “imitativi”, ma piuttosto a fini “parodistici”, ovvero “artistici e descrittivi”.

Nella propria esposizione, la Corte menzionato anche la Direttiva UE n. 2015/2436 sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d’impresa, che nel considerando n. 27 chiariva come “l’uso di un marchio d’impresa da parte di terzi per fini di espressione artistica dovrebbe essere considerato corretto a condizione di essere al tempo stesso conforme alle consuetudini di lealtà in campo industriale e commerciale”.

Con riguardo al caso di specie, è stato ritenuto che i prodotti sequestrati presentassero un’indiscussa originalità, in quanto caratterizzati da immagini create attraverso l’uso di marchi noti non a fini “distintivi”, e dunque “imitativi”, ma piuttosto a fini “parodistici” ovvero “artistici e descrittivi”. I loghi censurati sono quindi funzionali a realizzare una riproduzione ironica di marchi celebri, inidonea a creare confusione con i prodotti protetti dai marchi tutelati e dunque incompatibile con la contestata contraffazione che, invece, è connotata dalla capacità del prodotto che si assume falsificato a confondersi con l’originale.

Alla luce di queste considerazioni, la Corte di Cassazione ha deciso che l’indiscussa originalità dei prodotti non consentiva la conferma del sequestro probatorio. Pertanto, ha annullato senza rinvio l’ordinanza impugnata e ha disposto che i beni sequestrati venissero restituiti all’avente diritto.

Cass. Pen., Sez. II, 31 luglio 2019, n. 35166 

Francesca Leoni – f.leoni@lascalaw.com

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