Crisi e procedure concorsuali

L’operato del curatore finalmente al vaglio della Suprema Corte: no alle procedure troppo lunghe e alla liquidazione di compensi eccessivi

Cass., 11 giugno 2013, Sez. I, n. 14686 (leggi la sentenza per esteso)

E’ stata emessa l’altro ieri, l’11 giugno per l’esattezza, dalla Prima Sezione della Suprema Corte di Cassazione, una sentenza alla quale, in questi giorni, la stampa sta attribuendo ampio risalto.

Si tratta della sentenza  n. 14686/2013 con la quale la Suprema Corte si è pronunciata in merito al ricorso presentato da un curatore calabrese che ha impugnato il decreto con cui il Tribunale di Crotone gli aveva liquidato i compensi per l’attività professionale svolta dapprima come quale commissario giudiziale di un concordato preventivo e, poi, quale Curatore del fallimento della medesima società.

Due, sostanzialmente, i motivi del ricorso:

  1. violazione degli artt. 19, 20, 21 e 22 del D.lgs. 169/2007 e degli artt. da 244 a 266 della legge fallimentare;
  2. vizio di motivazione per aver il Tribunale fatto errata applicazione della disciplina transitoria introdotta dal D.lgs. 169/2007 ed avergli liquidato  unitariamente i due compensi, senza tenere conto dell’attivo effettivamente inventariato, senza rivalutare le somme ricavate dalla vendita dei beni e senza chiarire perchè, nella liquidazione del compenso, si sarebbe attenuto ai minimi.

Nella relazione predisposta dal Consigliere Relatore, dott.ssa Magda Cristiano (i fallimentaristi di più lunga carriera la ricorderanno come stimato  Giudice della Sezione fallimentare del Tribunale di Milano), viene proposta la dichiarazione di inammissibilità del primo motivo atteso che il D.Lgs. 169/2007 non ha apportato alcuna modifica agli artt. 165 e 39 delle legge fallimentare e, quindi, non è dato comprendere a quale differente disciplina avrebbe dovuto attenersi il Tribunale di Crotone.

Con riguardo al secondo motivo, sempre nella relazione, se ne propone la manifesta infondatezza atteso che: il Tribunale ha correttamente liquidato separatamente i due compensi, anche se poi li ha sommati per determinare l’importo complessivamente dovuto; ha tenuto conto di un attivo inventariato di euro 569.112,28 ed ha applicato i valori medi; ha chiarito, con riguardo al compenso liquidato per l’attività svolta come Curatore, di aver applicato i minimi  sia in ragione della mancata realizzazione della maggior parte dell’attivo inventariato sia per la lunga durata della procedura.

In sede camerale, preso atto della rinuncia al ricorso presentata dallo stesso ricorrente, viene dichiarata l’estinzione del giudizio.

A tale pronunzia è stato dato ampio risalto mediatico. Ancorchè la Suprema Corte non si sia espressamente pronunciata sul punto, pare evidente la condivisione del principio espresso dal Tribunale calabrese a mente del quale “il curatore fallimentare ha diritto solo al compenso minimo se la procedura concorsuale ha avuto una lunga durata e se gran parte dell’attivo inventariato è rimasto invenduto”.

Questa sentenza viene emessa a distanza di pochissimi mesi da quella emessa dalla Sesta Sezione Penale della Suprema Corte (sentenza n. 1005 del 1 marzo 2013) con la quale un Curatore è stato condannato alla pena di sei mesi di reclusione per il reato di cui agli artt. 81 cpv e 328, comma 1, c.p. “per aver ripetutamente omesso, in qualità di curatore fallimentare, di compiere senza ritardo le attività istituzionali di sua competenza, finalizzate alla chiusura di una procedura fallimentare attraverso la liquidazione e la ripartizione dell’attivo acquisito al fallimento, sebbene la relativa procedura fosse iniziata con la sentenza dichiarativa del 23 marzo 1980 e l’incarico successivamente conferitogli dal Giudice Delegato il 9 aprile dello stesso anno, e nonostante fosse stato preventivamente diffidato dal Tribunale , in data 15 dicembre 2005,a relazionare in merito e ad adottare i provvedimenti finalizzati alla regolare chiususra della procedura fallimentare”.

Nell’arco di tre mesi i Curatori vedono affermarsi due principi “bomba”:

–          il Curatore che protrae eccessivamente, e infruttuosamente, una procedura fallimentare ha diritto a percepire solo il compenso minimo;

–          il Curatore, come Pubblico Ufficiale, risponde del reato di cui all’art. 328 c.p. (rifiuto di atti di ufficio) in tutti i casi in cui non compie, con sollecitudine, quanto necessario per la liquidazione dei beni del fallito ed il successivo riparto a favore dei creditori concorsuali.

Si tratta di un principio, quest’ultimo, per ora applicato solo al Curatore ma che ben potrebbe trovare applicazione anche nei confronti del Commissario Liquidatore nominato nell’ambito del concordato preventivo atteso che anche a quest’ultimo parrebbe doversi attribuire la qualifica di Pubblico Ufficiale.

Su questo punto, ancorchè non via univocità in dottrina, pare interessante una recente sentenza del Tribunale di Milano, secondo la quale  “al commissario liquidatore nella procedura di concordato preventivo, al liquidatore nella procedura di l.c.a., nonché al coadiutore del curatore fallimentare, nominato dal giudice delegato nell’ambito di una procedura fallimentare, deve essere riconosciuta la qualità di pubblici ufficiali” (Tribunale  Milano, 17 maggio 2007, Foro ambrosiano 2007, 3, 286).

Si tratta di pronunce che non possono essere sottovalutate e che, si spera, concorreranno, insieme alle recenti riforme fallimentari, a rendere più efficiente la gestione dei fallimenti, ivi compresi quelli già in corso. Ciò, naturalmente, a vantaggio dell’intera economia nazionale che , mai come in questo momento, ha bisogno che le disponibilità liquide vengano reimmesse in circolo.

(Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com)

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