Crisi e procedure concorsuali

L’onere della prova in capo al curatore nell’azione revocatoria di cui all’art. 66 L.F.

Cass., Sez. IV Civile, 7 maggio 2015, n. 9170 (leggi la sentenza)

Sull’azione revocatoria ordinaria esperibile dal curatore fallimentare, di cui all’art. 66 L.F., si è espressa recentemente la Suprema Corte con sentenza del 7 maggio 2015, n. 9170, definendone gli aspetti caratterizzanti rispetto a quella revocatoria ordinaria conosciuta in ambito civilistico.

La fattispecie oggetto della controversia riguardava l’esercizio dell’azione revocatoria al fine di ottenere la declaratoria di inefficacia di un contratto di locazione di un immobile stipulato tra padre e figlio.

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha avuto l’occasione di richiamare, anzitutto, l’attenzione sull’ambito di efficacia proprio della revocatoria di cui all’art. 66 L.F. che, pur avendo caratteristiche analoghe all’azione revocatoria ordinaria disciplinata dall’art. 2901 c.c. si discosta nettamente dall’azione disciplinata dalla legge fallimentare atteso che quest’ultima esplica  i propri effetti a favore  di tutti i creditori e non soltanto di colui che ha esercitato l’azione (Cass. n. 2055/1978).

Invero, è principio di pacifica giurisprudenza che il curatore, cui compete la legittimazione esclusiva ad esperire l’azione revocatoria in sede fallimentare, agisca nella veste di “sostituto processuale della massa dei creditori concorsuali, ormai privi della legittimazione ad iniziare o proseguire l’azione” (Cass. 28.05.2009 n. 12513; Cass. 19.05.2006 n. 11763; Cass. 8.09.2005 n. 17943; Cass. 19.07.2002 n. 10547).

La disciplina della revocatoria ex art. 66 L.F. configurandosi, al pari di quella ordinaria, come mezzo per la conservazione della garanzia patrimoniale in favore dei creditori contro gli atti dispositivi posti in essere dal debitore in loro pregiudizio, determina in capo al curatore l’attribuzione dell’onere di provare la sussistenza dei presupposti indispensabili ai fini dell’esercizio dell’azione stessa.

Al riguardo, si rileva che il curatore  non è per nulla tenuto a fornire la prova della conoscenza da parte del terzo dello stato d’insolvenza del debitore come avviene nella revocatoria fallimentare di cui all’art. 67 L.F., dal momento che quest’ultima è volta piuttosto alla tutela della par condicio creditorum, legata alla presunzione legale assoluta dell’esistenza dello stato d’insolvenza dell’imprenditore nei periodi sospetti (Cass. n. 9122/1987).

Si considera, infatti,  sufficiente da parte del curatore dimostrare il semplice pregiudizio dell’atto dispositivo nei confronti della massa dei creditori, inteso come menomazione della garanzia generica posta dall’art. 2740 c.c., anche perché , come ritenuto nella sentenza in commento, “la norma non richiede per la sua applicazione né che il debitore sia insolvente, né che il creditore abbia la consapevolezza dello stato di decozione del debitore, o della società di cui è parte”.

Ebbene, se l’azione revocatoria ordinaria esercitata in sede fallimentare si presenta rivolta a tutelare la garanzia patrimoniale di tutti i creditori presenti e futuri dell’imprenditore, andando anche a indistinto vantaggio di coloro che vantano un credito sorto posteriormente all’atto revocato, ne consegue che non sia necessario distinguere tra atti negoziali posteriori e anteriori al sorgere dei crediti, giacché l’esistenza del rimedio si fonda sull’esistenza del pregiudizio (“eventus damni”) costituito anche soltanto dall’aver reso più ardua l’esazione coattiva del credito, ovvero dall’averne compromesso la fruttuosità (Cass. n. 15265/2006; Cass. n. 26723/2011).

In altre parole, rispetto ai crediti sorti posteriormente all’atto dispositivo oggetto della revocatoria, si rileva che non sia necessaria la dimostrazione della dolosa preordinazione di cui all’art. 2901, n. 2, essendo sufficiente la prova in capo al terzo della consapevolezza dell’eventus damni (Cass. n. 2055/78).

Sulla scorta di tali principi giurisprudenziali, la Suprema Corte, nel caso in esame, è giunta alla declaratoria d’inefficacia ex art. 66 L.F. del contratto di locazione di un immobile posto in essere tra il debitore e il di lui figlio, ravvisando il carattere pregiudizievole dell’atto, ossia l’eventus damni, già nelle particolarità dell’atto stesso, caratterizzato dalla lunga durata del contratto, nonché nell’irrisorietà del prezzo rispetto al valore di mercato, e riscontrando il requisito della partecipatio fraudis avendo considerato quali indici sintomatici la situazione di convivenza e la sussistenza del rapporto parentale tra debitore e terzo.

16 luglio 2015

Matilde Sciagata – m.sciagata@lascalaw.com

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