L’assenza di preventivo non esclude il diritto al compenso dell’avvocato

Parte del canone pagato in nero? Il conduttore ha diritto a ottenere la restituzione

Con la sentenza n. 20395/2016 la Suprema Corte ha respinto il ricorso con cui il proprietario di alcune porzioni di immobili reclamava i canoni non versatigli, dopo aver intimato lo sfratto per morosità alla conduttrice.

L’inquilina, infatti, anziché corrispondere quanto ancora dovuto al ricorrente, si opponeva alla convalida di sfratto e proponeva domanda riconvenzionale per ottenere la restituzione di quanto indebitamente versato al locatore a titolo di importi aggiuntivi rispetto al canone risultante da una scrittura privata del 15.11.1996.

Secondo la tesi sostenuta dal locatore, il canone complessivo (pari al doppio rispetto a quello risultante dalla scrittura privata sottoscritta) era stato oggetto di un accordo tra le parti e quindi frutto di una contrattazione tra le stesse. Il ricorrente, inoltre, invocava il consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo il quale la pattuizione di un canone maggiore a quello dichiarato a fini fiscali non incorre nella sanzione di nullità di cui all’art. 79 della l. n. 392/78, dovendo avere effetto fra le parti il negozio dissimulato.

Per la Suprema Corte, però, i motivi sono inammissibili, in quanto diversi rispetto all’originario thema decidendum.

La tesi invocata dal locatore, infatti, ha come presupposto l’esistenza di un unico contratto, mentre dagli atti prodotti sia in primo sia in appello, emerge come il ricorrente abbia sempre agito unicamente per la risoluzione di un contratto verbale distinto, anche per oggetto, da quello scritto e non abbia mai provato di aver modificato la domanda, proponendo la risoluzione del contratto scritto e l’accertamento di quanto dovuto per l’intero canone pattuito.

Alla luce di quanto sopra, pertanto, secondo la Suprema Corte, il ricorrente non può sostenere che il doppio canone era comunque dovuto «in quanto voluto dalle parti per effetto di un accordo simulatorio che non incideva sulla efficacia del contratto dissimulatorio» e di conseguenza il ricorso va rigettato.

Cass., Sez. III, 11 ottobre 2016, n. 20395 (leggi la sentenza)

Sara Severonis.severoni@lascalaw.com

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