Contratti Bancari

Lo ius variandi nella nuova disciplina del credito ai consumatori

di Angelo Viglianisi Ferraro, in Le nuove leggi civili commentate, n. 6/12, pag. 1193.

Sin dall’emanazione del Testo Unico Bancario, il legislatore ha ritenuto necessario intervenire nell’ambito del c.d. ius variandi delle condizioni contrattuali, consentendo che tale diritto venga esercitato dal professionista solo con riguardo a determinate condizioni e previa informativa della controparte (onde permetterle di eventualmente recedere dal rapporto).

Lo scopo dell’intervento legislativo è stato quello di impedire che il professionista possa modificare arbitrariamente una o più delle clausole pattuite.

Originariamente l’art. 117 T.U.B. non distingueva tra contratti di durata e contratti istantanei e consentiva di variare le condizioni economiche in senso sfavorevole al cliente, purché tale possibilità fosse espressamente indicata nel contratto, tramite una clausola approvata specificamente. Inoltre, l’art. 118 T.U.B. attribuiva al CICR il compito di stabilire le modalità di comunicazione delle variazioni sfavorevoli al cliente, nell’ambito dei contratti di durata.

Tali modalità sono state poi individuate anche nella semplice inserzione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, fermo restando comunque il diritto di recesso del cliente.

Anche a seguito delle perplessità manifestate dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, con d. lgs. n. 223 del 4 luglio 2006, l’art. 118 T.U.B. ha subito una prima modifica, alla quale è seguito un ulteriore intervento, con il d. lgs. n. 141 del 13 agosto 2010.

Oggi la norma è, prima di tutto, applicabile altresì ai contratti di credito al consumo, stante il richiamo operato dall’art. 125 bis del T.U.B. La medesima distingue, quindi, i contratti in:

–          a tempo indeterminato, per i quali è necessaria la previsione contrattuale della facoltà di modifica delle condizioni, nonché la sussistenza di un giustificato motivo;

–          di durata, per i quali può essere contrattualmente prevista la facoltà di modificare solo le clausole inerenti i tassi di interesse e sempre a fronte di un giustificato motivo.

Dopo aver delineato in linea generale la disciplina dello ius variandi, l’Autore esamina dunque i numerosi dubbi ermeneutici che la normativa di riferimento ha fatto sorgere, sia in dottrina, sia in giurisprudenza, cercando di chiarire come debbano essere interpretati i termini “clausola approvata specificamente” e “giustificato motivo”. A tal fine, vengono ricordati gli interventi sul punto dell’ABI, dell’Autorità garante e del Ministero dello Sviluppo Economico.

Da ultimo, l’Autore ritiene doveroso rammentare che, secondo parte della dottrina, indipendentemente dal significato che si voglia attribuire alle espressioni utilizzate dal legislatore, il creditore nell’esercizio dello ius variandi deve, comunque, informarsi al principio generale di buona fede.

(Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com)

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