Regolamento di giurisdizione e Pubblica Amministrazione

Lite temeraria: due domande, un unico giudizio

Con sentenza n. 32029 depositata lo scorso 9 dicembre, la Corte di Cassazione ha chiarito che la domanda di risarcimento danni ex art. 96, commi 1 e 2 c.p.c. deve essere formulata necessariamente nel giudizio che si assume temerariamente iniziato o contrastato, non potendo essere proposta in via autonoma. Trattandosi di un’attività processuale, infatti, va valutata nel giudizio presupposto da parte del medesimo giudice, per esigenze di economia processuale e per evitare pronunce contraddittorie nei due giudizi.

Nel caso di specie, il Tribunale di Napoli aveva respinto la richiesta di risarcimento del danno lamentato dall’attore per ingiustificata resistenza della controparte in un precedente giudizio, ritenendo non sussistenti i presupposti per l’accoglimento della domanda ai sensi dell’art. 96 c.p.c.  Avverso tale pronuncia l’attore aveva interposto appello, respinto dalla Corte territoriale che aveva confermato la sentenza di primo grado.

La vicenda veniva sottoposta all’attenzione della Corte di Cassazione, che ha rigettato il ricorso confermando l’orientamento tradizionale, secondo cui la domanda di risarcimento prevista dall’art. 96, commi 1 e 2  c.p.c., deve essere formulata necessariamente nel giudizio che si assume temerariamente iniziato o contrastato, per i seguenti motivi.

In primo luogo la Cassazione ha precisato che la legittimità di un’attività processuale deve essere valutata dal giudice del medesimo processo, diversamente si introdurrebbe nell’ordinamento una impugnazione non prevista dalla legge.

In secondo luogo, la concentrazione nel medesimo giudizio dell’accertamento della responsabilità ex art. 96 c.p.c. risponde a esigenze di economia processuale e di coerenza nel giudicato, evitando il rischio che la stessa parte possa vedersi compensate le spese di lite in un giudizio e condannata nel giudizio di responsabilità ex art. 96 c.p.c.

La Corte di Cassazione ha inquadrato la responsabilità di cui all’art. 96 c.p.c. come una sottospecie del fatto illecito, nella quale la condotta illecita consiste nell’iniziare o resistere un processo in modo colposo o doloso. Ne deriva che la condotta illecita consiste in una attività processuale che non può essere valutata da due giudici diversi: dal primo giudice, ai fini dell’esame del merito della domanda e da un secondo ai fini dell’accertamento della diligenza o negligenza con cui quell’atto fu compiuto.

Infine, la Suprema Corte ha ritenuto non opportuno svincolare la domanda di risarcimento del danno da lite temeraria dal giudizio presupposto, per scongiurare il rischio che, in mala fede, sia messo in esecuzione un titolo esecutivo giudiziale provvisorio o una condanna ex art. 96 c.p.c. non definitiva.

Cass., Sez. I, 9 dicembre 2019, n. 32029

Federica Belvedere – f.belvedere@lascalaw.com

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