Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

L’iscrizione di ipoteca su beni aziendali può integrare la bancarotta

La concessione di un’ipoteca in assenza di un rapporto rispondente al fine istituzionale dell’impresa integra il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, in quanto tale condotta comporta di per sé ed automaticamente una diminuzione del patrimonio della società.

L’amministratore della società protagonista della vicenda in esame è stato condannato dal Tribunale di Torino alla pena di tre anni di reclusione, in quanto responsabile del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale in relazione al fallimento della società. La Corte d’Appello ha poi confermato la sentenza di primo grado, salvo concedere le attenuanti generiche e ridurre la pena a due anni di reclusione.

Avverso la predetta sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando l’erronea applicazione della legge penale con riferimento alla ritenuta sussistenza della distrazione per il solo fatto di avere iscritto ipoteca su un bene della società. Secondo il ricorrente la “mera costituzione di un’ipoteca a garanzia di un credito non costituisce un atto di disposizione del bene” e non avrebbe costituito, pertanto, “un’operazione di oggettivo svuotamento della ricchezza sociale”.

La Suprema Corte ha ribadito il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo il quale, in materia di reati fallimentari, integra il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione anche la concessione di un’ipoteca in assenza di un rapporto rispondente al fine istituzionale dell’impresa, in quanto essa realizza di per sé ed automaticamente una diminuzione patrimoniale.

Il Collegio, infatti, ha precisato che, ai fini della configurabilità del reato in esame, deve essere provato l’elemento soggettivo del dolo generico e, in tal senso, la divergenza oggettiva dell’atto dispositivo rispetto allo scopo sociale è sufficiente a dimostrare la volontà dell’amministratore, essendo del tutto irrilevanti i motivi che hanno determinato il suo comportamento.

Pertanto, la Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputato, poiché lo stesso non è stato in grado di fornire adeguate giustificazioni in ordine alla pertinenza dell’atto dispositivo rispetto alla normale attività societaria.

Cass., V Sez. Pen., 9 febbraio 2016, n. 5245

Fabrizio Manganiellof.manganiello@lascalaw.com

Davide Manzod.manzo@lascalaw.com

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