L’ISC non è una condizione economica

La sentenza qui in commento – Tribunale di Roma, n. 13651 del 19.08.2021 – è stata emessa all’esito di un giudizio nel quale i mutuatari hanno sostenuto che la banca aveva indicato in contratto un ISC diverso, per l’esattezza inferiore, a quello concretamente desumibile dalle varie voci di costo applicate. Su tali basi, gli attori hanno chiesto che venisse dichiarata la nullità della clausola relativa agli interessi con conseguente sostituzione del tasso pattuito con quello previsto dall’art. 117 comma VII TUB.

Il Giudice ha dapprima illustrato la funzionalità dell’indice in commento e ha poi ricordato che questo è stato introdotto dalla direttiva europea 90/88/CEE e recepito dal nostro ordinamento con la deliberazione CICR n. 10688 del 04.03.2003. Ribadito che l’ISC non è un tasso d’interesse o condizione economica, ma, invece, una mera indicazione informativa, è stato chiarito che la sua erronea indicazione non può generare, di per sé, una “maggiore onerosità del finanziamento” quanto unicamente “un’erronea rappresentazione del suo costo complessivo”.

In sentenza è stato affermato, richiamando precedenti della giurisprudenza di legittimità, che le violazioni inerenti alla condotta non determinano la nullità del contratto né delle clausole coinvolte, ad eccezione dei casi in cui tale nullità sia espressamente prevista dalla legge. A ciò è stato aggiunto che l’art. 117 comma VI TUB non trova applicazione con riguardo all’ISC e, a fortiori, ai contratti di mutuo. Per l’effetto, quindi, non è applicabile nemmeno il successivo comma VII del medesimo articolo.

Come sopra anticipato, il Giudice non manca di approfondire la questione relativa all’applicabilità o meno della norma in commento ai contratti di mutuo. Difatti, la nullità delle clausole del contratto relative a costi non inclusi o inclusi in modo non corretto nel TAEG è rinvenibile unicamente nell’art. 125-bis comma VI TUB, norma che risulta applicabile unicamente al credito al consumo, categoria nella quale non era ricompreso il contratto oggetto di controversia.

Da ultimo, la pronuncia, ribadendo l’orientamento maggioritario sul tema, ha chiarito che in caso di difformità dell’ISC potrebbe unicamente configurarsi “una violazione della normativa in tema di trasparenza” con conseguente, eventuale, risarcimento del danno. Nel caso specifico, tuttavia, gli attori non hanno dato prova che la, paventata, indicazione difforme abbia influenzato la loro scelta contrattuale.

Alla luce delle molteplici considerazioni svolte, la domanda di parte attrice è stata rigettata.

Concludendo, possiamo affermare come la giurisprudenza maggioritaria ritenga, innanzitutto, che l’errata indicazione dell’ISC non comporti la nullità della clausola relativa agli interessi e che pur potendosi configurare una ipotesi di risarcimento del danno, questo vada compiutamente provato (oltre che specificatamente richiesto) dalla parte che abbia incardinato l’azione.

Trib. Roma, 19 agosto 2021, n. 13651

Angelo Pasculli – a.pasculli@lascalaw.com

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