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L’irrinunciabile diritto dell’assicurato

È nulla la  clausola claims made, propria delle assicurazioni “della responsabilità civile”,  che rende eccessivamente difficile l’esercizio del diritto da parte dell’assicurato.

Lo ha precisato la Terza Sezione della Cassazione Civile che, con una recentissima ordinanza è tornata ad occuparsi delle clausole claims made (letteralmente “a richiesta fatta”), ovvero di quelle clausole che consistono nel prevedere che l’assicuratore tenga indenne l’assicurato dalle pretese risarcitorie di terzi, pervenute durante il tempo di vigenza del contratto di assicurazione (anche se collegate a fatti commessi prima della conclusione del contratto).

Il caso prende le mosse dalla condanna al risarcimento danni di una struttura sanitaria convenuta in giudizio dai genitori di un bambino che aveva riportato ingenti danni nel corso di un ricovero ospedaliero.

Sin dal momento della costituzione in giudizio, la struttura sanitaria aveva chiesto di essere manlevata dalla compagnia di assicurazione la quale, tuttavia, si era difesa eccependo che la polizza conteneva una clausola claims made che imponeva di denunciare il sinistro entro dodici mesi dalla scadenza del contratto, e che quel termine era inutilmente trascorso.

Ebbene, la tesi della compagnia di assicurazione, favorevolmente accolta sia in primo, sia in secondo grado, non ha trovato il conforto della Suprema Corte che ha ravvisato nella previsione di un termine di decadenza a carico dell’assicurato, non dipendente da una condotta di quest’ultimo, il nodo problematico della questione.

Nello specifico, secondo la Cassazione, sebbene nell’esercizio della propria autonomia contrattuale le parti possano liberamente determinare il contenuto dei contratti che stipulano, nei limiti imposti dalle legge, e siano, dunque, libere di arricchire lo schema contrattuale tipico con la previsione di una decadenza a carico dell’assicurato, è anche vero che, nel farlo, non possono andare contro disposizioni imperative di legge quale quella di cui all’art. 2965 c.c., che commina la nullità dei patti con cui si stabiliscono decadenze che rendono eccessivamente difficile, ad una delle parti, l’esercizio del diritto.

È infatti evidente che ancorare il termine di dodici mesi (a partire dal quale l’assicurato possa esercitare il suo diritto di denunciare il sinistro all’assicurazione) alla scadenza del contratto di assicurazione e non alla richiesta di risarcimento da parte del terzo, abbandona l’assicurato in balìa delle determinazioni altrui e rende difficoltoso l’esercizio del diritto di far valere la prestazione assicurativa a carico dell’assicurazione.

In particolare, afferma la Cassazione “la difficoltà di esercitare il diritto non è ovviamente da valutarsi in termini temporali, nel senso che dodici mesi sono sufficienti per denunciare il sinistro all’assicurazione, ma va intesa anche nei termini della concreta possibilità di evitare la decadenza attraverso una propria condotta, possibilità che è del tutto esclusa o comunque assai ridotta se l’assicurato può fare denuncia di sinistro solo in dipendenza dalla condotta del terzo, sulla quale ovviamente non può influire. Altro è prevedere una decadenza nel termine di dodici mesi dalla richiesta di risarcimento da parte del terzo danneggiato, altro è fissare la scadenza di dodici mesi a partire dalla scadenza del contratto, prescindendo dunque dalla circostanza che in tale lasso di tempo può non pervenire alcuna richiesta di risarcimento, che è il presupposto perché l’assicurato si rivolga all’assicuratore”.

In conclusione, secondo la Cassazione, le clausole che rendono difficile l’esercizio del diritto a sensi dell’art. 2965 c.c. sono anche quelle che prescindono dalla diligenza della parte e che fanno dipendere quell’esercizio da una condotta del terzo, autonoma e non calcolabile.

Sulla scorta delle argomentazioni che precedono, la Cassazione ha accolto il ricorso proposto dalla struttura sanitaria, ritenendo che la clausola fatta valere dall’Asscurazione fosse contraria ai limiti imposti dalla legge e, dunque, nulla.

Cass. Sez. III, Ord., 13 maggio 2020, n. 8894

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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