Not in my name: il falsus procurator di società di capitali

Liquidazione del patrimonio: cerco un mezzo di sostentamento permanente

Il soggetto ammesso alla liquidazione del patrimonio non può beneficiare della previsione di cui all’articolo 47, l.f., in quanto la norma fa riferimento a circostanze sopravvenute al fallimento e poiché l’utilizzo di beni di proprietà dell’istante deve intendersi temporaneo e non pregiudizievole per il conferimento del cespite nella procedura.

Nel ricorso per l’ammissione alla procedura di Liquidazione del patrimonio ex L. n. 3/2012, un debitore ha proposto istanza al giudice delegato, affinché, applicando analogicamente l’articolo 47 l.f., gli venisse riconosciuta una somma mensile pari ad Euro 2.000,00 ritenuta necessaria per il proprio sostentamento, non percependo alcun reddito e non essendo proprietario di alcun bene immobile.

La richiamata norma, in generale, consente al giudice delegato – sentito il curatore ed il comitato dei creditori – di concedere al fallito un sussidio a titolo di alimenti, nella circostanza in cui gli venissero a mancare i mezzi di sussistenza.

Ebbene, secondo il Tribunale Romagnolo, l’applicazione analogica dell’articolo 47, l.f., mal si concilierebbe con le peculiarità del caso di specie.

Se è vero, infatti, che il debitore effettivamente si trovava in una situazione di indigenza, privo dei mezzi economici necessari per poter sopravvivere, il sussidio può essere concesso soltanto nella circostanza in cui tale condizione sia sopravvenuta e non preesistente alla procedura.

Va aggiunto, poi, che la Legge sul sovraindebitamento prevede esplicitamente che il giudice acconsenta – in casi di particolare necessità – che il debitore utilizzi i beni appresi dalla liquidazione, ma a patto che ciò avvenga solo temporaneamente e che non sia in alcun modo compromesso il buon andamento della procedura.

A tal proposito, il giudice dell’omologa precisa, infatti, come nella circostanza in esame non possa essere “applicabile analogicamente la previsione di cui all’articolo 47, l.f.: ciò sia perché, da un lato, il tenore letterale della norma da ultimo citata fa riferimento a circostanze sopravvenute al fallimento sia perché, dall’altro, il tenore letterale dell’articolo 14quinques, comma 2, lettera e) [ Legge n. 3/2012, ndr.] è tale per cui l’utilizzo di beni di proprietà dell’istante deve intendersi temporaneo e non pregiudizievole per il conferimento nella procedura del bene oggetto di liquidazione

È chiaro che un bene fungibile come il denaro non possieda tali requisiti, soprattutto considerando che al momento del ricorso il debitore già risultava, di fatto, nullatenente.

Non va, poi, tralasciato che nel caso in cui il debitore avesse successivamente trovato occupazione, questi si sarebbe trovato a godere di un’entrata mensile ben superiore alla somma di Euro 2.000,00 richiesta (comunque giudicata, già di per sé sproporzionata per le esigenze di un nucleo familiare composto da un solo soggetto).

Del resto, la ratio delle procedure di sovraindebitamento – questo deve essere chiarito – è quella di porre rimedio ad una sovraesposizione debitoria di un soggetto non fallibile, garantendo, dall’altro lato i diritti dei creditori.

Mai possono (e devono) tradursi in una misura premiale per il debitore.

Insomma, nella liquidazione del patrimonio, qualora il debitore sia a tutti gli effetti in una condizione di indigenza, deve necessariamente trovarsi un lavoro ed il giudice deve delineare una situazione tale da incentivarlo ad agire in tal senso.

Trib. Rimini, 18 maggio 2020

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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