Diritto Processuale Civile

L’invariabilità del rapporto causale nel rito in opposizione a D.I.

 Cass. Civ., Sez. III., 20 gennaio 2015, n. 818 (leggi la sentenza)

In sede di opposizione al decreto ingiuntivo, come da disposizione codicistica, la disciplina processuale prevista per tale procedimento speciale si adagia sulla disciplina del giudizio ordinario di cognizione, con un’unica  variante riguardante i termini di costituzione che saranno ridotti alla metà.

Come ormai radicalmente affermato in dottrina e Giurisprudenza, nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo è l’opposto che riveste il ruolo dell’attore, poiché quest’ultimo ha instaurato il procedimento mediante la richiesta di emissione di un provvedimento monitorio e l’opponente, in qualità di destinatario del provvedimento di natura sommaria, si trova nella posizione sostanziale di convenuto.

Da qui, deve ritenersi che nel giudizio in opposizione al decreto ingiuntivo, l’opposto potrà proporre solo le domande e le eccezioni che sono conseguenza della domanda “riconvenzionale” o delle eccezioni proposte dall’opponente; così come, potrà avanzare richiesta di chiamata in causa di terzo solo se tale esigenza si rileva in virtù delle difese esplicate dalla controparte. Di punto, l’opposto potrà solo precisare e modificare, -ma non integrare-le domande le eccezioni e le conclusioni già formulate.

A dar maggior rigore e attualità a quanto poc’anzi sostenuto, è intervenuta una recente pronuncia della Corte di Cassazione ( Cass. Civ., Sez. III., Sent. n. 818, 20 gennaio 2015), la quale ha ulteriormente ribadito, qualora ancora fosse necessario, che l’opposto, nel corso del giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo non può richiamare, a fondamento del proprio credito, ulteriore rapporto causale rispetto a quello indicato nel ricorso per decreto ingiuntivo.

Nel caso di specie, il creditore ottenne dal Tribunale di Messina decreto ingiuntivo nei confronti della società debitrice, ponendo a fondamento della sua pretesa 19 cambiali-tratta, insolute e protestate, emesse da parte dell’amministratore della debitrice a titolo di “corrispettivo per materiale edile acquistato dalla società”.

Quest’ultima spiegava opposizione al decreto ingiuntivo, eccependo l’adempimento di quanto dovuto mediante pagamento diretto. Di contro, il creditore, costituendosi nel rito in opposizione, affermava che tali cambiali non riguardavano esclusivamente la fornitura di merci ma erano attinenti anche a dei finanziamenti indirettamente erogati alla società.

In corso di causa, venne predisposta una consulenza tecnica d’ufficio, la quale accertò una discrepanza rilevante tra il valore totale della merce fornita (obbligazione alla base delle cambiali-tratta) e le somme corrisposte dalla società debitrice al creditore.

Il giudizio di primo grado si concluse con la revoca del decreto opposto, la condanna per la società debitrice della minor somma di euro 20.256,90, e la condanna per il creditore al pagamento della somma di euro 5.000,00 a titolo di risarcimento per il danno definito “morale” causato per aver azionato un decreto ingiuntivo di importo superiore al credito effettivamente vantato.

Tale decisione venne appellata da entrambe le parti.

In secondo grado, la Corte di Appello di Messina escluse l’esistenza del danno morale e confermò nel resto la sentenza impugnata. Anche tale sentenza veniva impugnata.

I Giudici della Suprema Corte, in definitiva, hanno cassato la sentenza impugnata la quale aveva respinto l’opposizione a decreto ingiuntivo, sostenendo che l’importo delle cambiali azionate eccedeva il controvalore della merce in oggetto, così accogliendo, di fatto, la tesi dell’opposto che sosteneva l’esistenza di finanziamenti erogati dallo stesso nei confronti della società.

Alla base della decisione, la Corte sostiene che il ricorrente “nel proprio ricorso per decreto ingiuntivo, fece riferimento unicamente ai propri crediti per fornitura di merci, mentre non fece cenno alcuno all’esistenza di finanziamenti o di altri rapporti commerciali inter partes. Doveva dunque trovare applicazione, nel presente giudizio (i.e. giudizio di secondo grado), il consolidato principio secondo cui nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo solo l’opponente, in virtù della sua posizione sostanziale di convenuto, è legittimato a proporre domande riconvenzionali, e non anche l’opposto. In base a questo principio, è stata ripetutamente ritenuta inammissibile perché “nuova” la domanda proposta dall’opposto, e fondata su fatti costitutivi diversi da quelli invocati a fondamento del ricorso monitorio

Con tale tesi, La Corte definitivamente statuisce dichiarando che nulla è dovuto dal debitore, e condannando il creditore-opposto alla refusione delle spese legali sostenute dalla controparte per tutti i gradi di giudizio.

La commentata Sentenza, che non può definirsi come innovativa, ma rappresenta un ulteriore rinforzo all’ormai affermata visione che il panorama giuridico offre in merito all’argomento di cui si è trattato, potrebbe offrire lo spunto per una riflessione: dare la possibilità all’opposto di poter “ampliare” il petitum (qualora sia opportuno per evidenti ragioni di collegamento delle domande) del giudizio già in corso piuttosto che doverne avviare un altro ex novo non porterebbe benefici nel nome del tanto decantato principio di economia processuale e della ragionevole durata del processo?

In aiuto a detto quesito: il ricorso per decreto ingiuntivo è stato depositato nel 1993, la Sentenza della Corte di Cassazione nel gennaio 2015.

26 marzo 2015

Giovanni Prestipino – g.prestipino@lascalaw.com

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