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L’intermediario non assicura le perdite del cliente

Anche l’Arbitro per le Controversie Finanziare ribadisce il concetto per cui l’intermediario non può rispondere delle perdite subite dall’investitore, qualora vi sia stata “una operatività avente ad oggetto svariate tipologie di titoli, ma che si è protratta per un decennio” cui oggi si accompagna la pretesa mancanza di informativa in corso di rapporto.

Il caso deciso è quello relativo all’azione nei confronti dell’intermediario finanziario posta in essere da cliente, il quale sostiene che in un lungo arco di tempo sarebbero state ripetutamente inosservante le regole di condotta poste a carico della banca ed afferenti alla prestazione del servizio di investimento erogato.

Nella prospettazione del ricorrente l’intermediario non lo avrebbe avvisato dei rischi inerenti al trading online anche con riguardo all’operatività intraday ed ai rischi in termini di aumento dei costi da commissioni così come previsto dalla Comunicazione Consob n. DI/30396; vi sarebbe poi stata violazione della raccomandazione di non sollecitare il cliente a non fornire informazioni sull’esperienza, sulla propria situazione finanziaria, sugli obiettivi d’investimento e propensione al rischio, come stabilito dalla Comunicazione Consob n. DI/30396; non sarebbero state fornite informazioni sui rischi e sulle implicazioni delle operazioni su base continuativa, così come disposto dall’art. 28, comma 2, del regolamento n. 11522/1998 come richiamato dalla predetta Comunicazione Consob n. DI/30396; non sarebbero state comunicate con chiarezza la posizione di conflitto di interessi in cui versava in relazione alle operazioni eseguite tra il mese di novembre 2010 e il mese di febbraio 2012 aventi ad oggetto l’acquisto e la vendita di azioni e warrant della banca controllante; non sarebbe stata correttamente svolta l’attività di profilatura, giacché i diversi questionari sottoscritti nel tempo presenterebbero tra loro diverse incongruenze; infine si sarebbe astenuto, a dispetto del rapporto di consulenza avviato nel 2015, dall’assumere iniziative per renderlo edotto del rischio di effettuare investimenti in azioni, iniziative che deriverebbe da obblighi normativi.

L’intermediario ha resistito alle richieste contestando ogni addebito per vaghezza e genericità delle censure mosse indistintamente ad una operatività protratta per un decennio, sottolineando l’assenza di attività di consulenza in sede di sottoscrizione dei titoli di capitale o, comunque, di un obbligo di rendere delle raccomandazioni personalizzate anche ove non richieste.

Valutando nel merito le doglianze del ricorrente, l’arbitro adito sottolinea l’infondatezza delle censure, avendo riguardo innanzitutto al difetto di prova del nesso causale tra inadempimento e danno lamentato.

Si riporta nella decisione in commento il precedente secondo cui “(decisione n. 1564 del 24 aprile 2019) nei casi in cui l’investitore – com’è avvenuto per il ricorrente – «abbia continuato a compiere con sistematicità le operazioni per cui è controversia anche quando ne era oramai del tutto chiara la natura» si deve anche ritenere, «nell’ambito della ricostruzione dello scenario controfattuale in base al quale verificare quale sarebbero le scelte dell’investitore in presenza, sin da principio, di una corretta informazione», come del tutto insussistente il nesso di causalità tra il fatto e il fanno lamentato, giacché si può assumere «che il ricorrente avrebbe, in ossequio al principio del più probabile che non, egualmente proceduto con le operazioni contestate»”.

Il Collegio tuttavia non si ferma a tale valutazione ma sottolinea l’aspetto per cui l’intermediario non è chiamato a rispondere di presunti inadempimenti come “assicurazione” per il cliente rispetto a perdite registrate autonomamente nella gestione del rapporto.

L’arbitro fa presente al riguardo che “indipendentemente dalla considerazione sul se un qualche limitato inadempimento possa essere configurabile per l’intermediario, costituisce un comportamento solo opportunistico quello di investitori che, dopo anni (o decenni) di distanza dai fatti rilevanti e di continuata attività senza mai contestare alcunché, e dopo magari aver anche tratto utilità dalle operazioni di acquisto di strumenti finanziari, allorché gli strumenti su cui si è incentrata la loro operatività incomincino a soffrire perdite (che sono il riflesso del rischio naturalmente immanente a investimenti di lunga durata come sono quelli finanziari) cercano di accollare queste ultime all’intermediario. Si tratta di comportamenti, evidentemente, non in buona fede, e che non meritano allora di essere tutelati, come del resto ha sottolineato di recente (seppure con riferimento al tema specifico delle nullità selettive) anche la Suprema Corte nella sua più alta espressione nomofilattica”.

L’opportunistico comportamento del cliente, quindi, non porta l’intermediario a rispondere delle perdite subite dallo stesso.

ACF, Decisione, 27 marzo 2020, n. 2391

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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