Contenzioso finanziario

L’intermediario finanziario non è responsabile della perdita subita dall’investitore nel caso di ordine senza forma convenzionale

Cass., 10 agosto 2015, n. 16628 (leggi la sentenza)

La Suprema Corte ha di recente avuto modo di pronunciarsi sul tema della responsabilità dell’intermediario finanziario nel caso di mancata esecuzione dell’ordine (nel caso di specie si trattava dell’esercizio di opzione riguardo alla sottoscrizione di azioni all’esito di delibera di aumento del capitale sociale), mediante ordine avente forma verbale.

In particolare, l’investitore deduceva che l’intermediario finanziario avrebbe arrecato danno allo stesso, in ragione del fatto che questi sarebbe incorso nella scadenza del termine dell’esercizio di opzione, nonostante l’effettiva sussistenza di un ordine verbale in tal senso.

L’intermediario, a sua volta, deduceva di non aver potuto provvedere sulla scorta delle istruzioni ricevute, per mancanza di ordine (tempestivo) scritto, così come previsto nel contratto disciplinante la prestazione dei servizi di investimento.

Nei gradi di merito i Giudici hanno rigettato l’azione risarcitoria, sottolineando che era da ritenersi invalido l’ordine verbale conferito alla Banca da parte dell’investitore, in ragione della esistenza di un vincolo di forma dell’ordine di investimento, previsto dal contratto.

Ricorrendo alla Corte di Legittimità viene dedotto l’erronea valutazione giuridica compiuta dai giudici di merito, in virtù della dedotta inesistenza di un obbligo di forma scritta connesso alla negoziazione di strumenti finanziari dal punto di vista normativo.

Il percorso logico su cui muove la Suprema Corte parte dall’esame della disciplina delle “nullità di protezione” e sfocia nella considerazione per cui le parti godono di piena libertà negoziale, nella gestione del rapporto.

In particolare, viene posto in risalto che “Le cd. nullità di protezione, sorte in ambito consumeristico, al fine di rafforzare gli obblighi d’informazione corretta e di trasparenza del professionista e confluite nei contratti bancari e d’intermediazione finanziaria in una diffusa, anche se non esclusiva, imposizione della forma scritta costituiscono una specificazione derogatoria del generale regime delle nullità, hanno natura inderogabile, non sono rinunciabili e conseguentemente non possono che derivare esclusivamente da norme imperative in funzione della limitazione dell’autonomia contrattuale. La scelta convenzionale di una forma determinata trae invece origine proprio dalla libertà di determinare gli obblighi endocontrattuali anche sotto il profilo delle modalità espressive della volontà nell’esecuzione del contratto, nei limiti imposti dalle norme inderogabili. Ne consegue che trattandosi di un vincolo stabilito convenzionalmente dalle parti, esso non può che essere fatto valere da entrambe, e, trattandosi, nella specie, di vincolo che incide sulla validità/invalidità del contratto, anche d’ufficio dal giudice. La disciplina normativa si esaurisce nella previsione dell’art. 1352 cod. civ. che ne stabilisce la natura (il vincolo formale si presume stabilito ad substantiam) ed il regime giuridico della prova. All’interno di questa cornice di diritto positivo si manifesta pienamente l’autonomia negoziale delle parti contraenti, senza che possa darsi luogo ad un’integrazione imperativa del regime formale scelto per il contratto e del rilievo della sua violazione mediante l’applicazione della disciplina normativa di settore in tema di nullità”.

Da quanto sopra, quindi, discende la conferma della pronuncia d’appello ed il rigetto dell’azione risarcitoria proposta da parte dell’investitore.

2 settembre 2015

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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