Il correntista temerario

L’insostenibile trilogia della mora 

Il Foro Torinese conferma ancora una volta il consolidato indirizzo giurisprudenziale, teso ad escludere la configurabilità di un’ipotesi di cumulo tra interessi moratori e compensativi, in ragione della tipica struttura del contratto di mutuo, tale per cui non è possibile applicare le predette tipologie di interesse congiuntamente in relazione al medesimo rapporto temporale.

Nel caso di specie, l’adito Giudicante – richiamando diverse pronunce intervenute in materia – ribadisce come la giurisprudenza maggioritaria escluda che, ai fini della verifica dell’usura, il TEG contrattuale possa corrispondere alla sommatoria dei tassi. Ciò in considerazione della diversa natura dei tassi corrispettivi e moratori: gli uni da applicarsi soltanto sul capitale a scadere e gli altri sul debito scaduto. La diversa funzione, sottesa agli interessi in discorso, comporta la fisiologica sostituzione del tasso di mora rispetto al tasso corrispettivo, con la conseguenza che il mutuatario – de facto – non potrà mai essere chiamato a pagare un tasso di interesse periodale pari alla somma del tasso corrispettivo e della mora.

Vieppiù. La pronuncia in argomento, nel tentativo di aderire anche alla tesi avversaria che addurrebbe la rilevanza degli interessi di mora, precisa che gli stessi possano considerarsi allorquando siano stati concretamente corrisposti dal cliente. Difatti, il Dott. Di Capua ha osservato che: “al fine del calcolo dell’effettiva usurarietà di un tasso è necessario che sia giuridicamente dovuto, per essersi realizzate le condizioni contrattali cui ne era subordinata l’applicabilità e che abbia avuto un impatto effettivo sul costo del credito. Invero, anche aderendo alla tesi secondo cui l’interesse moratorio entra nel calcolo del TEG al verificarsi del ritardo nel pagamento della rata ne consegue comunque, a contrario, l’irrilevanza ai fini della verifica di usurarietà, delle voci di costo collegate sì all’erogazione del credito ma meramente potenziali e del tutto irreali”. Attesa dunque l’eventualità di tali voci di costo, futuribili in costanza di rapporto, è indubbio come – per poter valutare anche solo in potenza gli interessi a titolo di mora – è indispensabile che questi siano stati quantomeno versati dai mutuatari.

Il Tribunale di Torino, analizzando il merito della pattuizione contrattuale oggetto di contestazione, ha rilevato altresì la sussistenza di una clausola di salvaguardia, tale da non dar luogo ad alcun sforamento del limen usurario. È inconfutabile che una clausola siffatta è posta a garanzia del cliente, nella misura in cui impedisce ab origine che il regolamento negoziale possa violare la soglia normativamente imposta. Sempre in tema di mora, il Giudicante affronta poi la questione del “tasso effettivo di mora”, disaminando la valenza sottesa ad un indice di tal genere. Sul punto il Magistrato ha chiarito come: “Il calcolo del T.E.M.O. è un’operazione sconosciuta alla normativa, sia primaria che regolamentare, e non ha alcuna attendibilità, conducendo ad un risultato privo di attendibilità”.

Quanto sopra, ha condotto il Giudice a rigettare integralmente le domande actoree, condannando parte attrice alla refusione delle spese di lite.

Tribunale di Torino, 6 giugno 2019, n. 2761

Diana Paola Franchetti – d.franchetti@lascalaw.com

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