Crisi e procedure concorsuali

L’incidenza dei ricavi lordi nella determinazione dei requisiti di non fallibilità

Cass., 27 dicembre 2013, n. 28667 (leggi la sentenza per esteso)

La Corte di Cassazione n. 28667 del 27.12.2013 si è pronunciata sulla disciplina prevista dall’art. 1 della legge fallimentare, definendo con precisione i requisiti previsti per la non fallibilità che, comportando una deroga alla disciplina generale che assoggetta gli imprenditori alle procedure concorsuali, devono essere inquadrati con particolare intenzione in considerazione della definizione dei “ricavi” fornita dalla Suprema Corte.

Il citato art. 1 l.f.(rubricato Imprese soggette al fallimento e al concordato preventivo) dispone che: “Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano una attività commerciale, esclusi gli enti pubblici.

Non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori di cui al primo comma, i quali dimostrino il possesso dei seguenti requisiti:

a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;

b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;

c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.…”.

La scelta di introdurre il meccanismo delle soglie quantitative di fallibilità, è finalizzata a ricostruire “l’ambito soggettivo di estensione della procedura fallimentare”, tanto perché “l’ampliamento dei soggetti esonerati è stato inteso in senso quantitativo e non meramente qualitativo. In altri termini, benché vengano assoggettati a fallimento tutti gli imprenditori commerciali, qualunque sia l’attività esercitata. Restano quindi esclusi dall’assoggettabilità alle procedure concorsuali, oltre agli imprenditori agricoli ed agli enti pubblici che esercitano in via esclusiva o prevalente un’attività economica, anche tutti i piccoli imprenditori, siano essi imprenditori individuali che collettivi . In questo modo (…) si è inteso risolvere nel senso dell’esclusione la vexata quaestio concernente la fallibilità delle piccole società commerciali.

Chiarita la ratio e la genesi della norma nella sua versione attuale, occorre anche sottolineare come i criteri ivi previsti debbano essere posseduti congiuntamente: in altri termini, devono essere tutti posseduti affinché possa operare l’esclusione dall’assoggettabilità alle procedure concorsuali; viceversa, ove anche uno solo dei tre requisiti dimensionali non sia rispettato, l’area di fallibilità tornerà ad espandersi.

Riportati, sebbene sommariamente, i tratti fondamentali della disciplina di cui all’art. 1, comma 2, Legge Fallimentare, occorre ripercorrere quanto precisato dalla Corte di Cassazione nella pronuncia in esame.

La questione controversa attiene all’interpretazione del requisito di fallibilità sub lett. b), art. cit. (“aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila”): la Corte di merito infatti aveva interpretato, attraverso un meccanismo estensivo–analogico, il termine “ricavo” non in senso tecnico bensì in relazione al valore della produzione, così come descritta dall’art. 2425, lett. A), c.c.

La Corte di Cassazione, attraverso un percorso logico assolutamente condivisibile, ha censurato l’interpretazione fornita dalla Corte di merito, sottolineando che “il legislatore, nel riferirsi ai “ricavi”, non può che avere considerato gli stessi in senso tecnico, non potendosi ragionevolmente presumersi il contrario, deve ritenersi di piana evidenza il riferimento ai “ricavi delle vendite e delle prestazioni” sub n. 1, ed altresì la ricomprensione della voce sub n. 5, “altri ricavi e proventi”, per l’assimilazione della seconda voce alla prima, trattandosi di componenti positive, quali ricavi accessori, dividendi, royalties, canoni attivi, sempre generati dall’attività d’impresa”; “la logica valutativa delle rimanenze e dei lavori in corso trova il suo fondamento nel rappresentare la corretta correlazione tra costi e ricavi, sì da non penalizzare economicamente l’esercizio in cui sono stati sostenuti i costi di acquisizione e/o produzione, a fronte di quelli in cui vengono realizzati i correlativi ricavi”.

Alla disamina effettuata dalla Corte, si ritiene opportuno aggiungere che tale interpretazione  risponde pienamente alla scelta effettuata dal Legislatore: i criteri elencati, e in particolare quello afferente ai “ricavi”, hanno ragion d’essere nella logica dell’esatta individuazione quantitativa del volume economico dell’impresa, volume in relazione al quale l’impresa viene valutata sul profilo della fallibilità.

La ratio dell’introduzione di questo parametro (i “ricavi”) è correlata alla necessità di colpire le imprese con estesi rapporti commerciali o imprese che impiegano molta forza lavoro.

26 maggio 2014

(Valeria Sallemi – v.sallemi@lascalaw.com)

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