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L’immoralità del finanziamento all’impresa insolvente

Recentemente la Corte di Cassazione ha chiarito la portata dell’art. 2035 c.c., affermando l’impossibilità di ripetere quanto versato ad un’impresa già insolvente, qualora il finanziamento in questione abbia avuto come finalità indiretta l’acquisizione della società finanziata e l’elusione delle posizioni debitorie in danno dei creditori.

Più precisamente, secondo la Cassazione «laddove le prestazioni di finanziamento dissimulate, a fronte di forniture né pattuite né eseguite, non si sono esaurite nella mera sovvenzione all’imprenditore già insolvente, ma sono state progressivamente dedotte in un programma di acquisto dei relativi assets, così fungendo il credito da mera leva per l’acquisizione del capitale della società fallita, in danno dei creditori e a detrimento finale della soggettività economica del finanziato, si è in presenza di una prestazione contraria al buon costume – da intendersi in senso ampio, anche con riferimento all’assetto economico – e, come tale, non soggetta a ripetizione ai sensi dell’art. 2035 c.c.».

In questa ipotesi, aggiunge la Cassazione, in sede di insinuazione al passivo del fallimento «deve ritenersi nullo ex art. 1418 c.c. il titolo negoziale dissimulante un negozio di finanziamento stipulato dall’imprenditore insolvente, in violazione del dovere di richiedere senza indugio il fallimento o comunque di non aggravare il dissesto dell’impresa con operazioni dilatorie».

Secondo la disposizione dell’art. 2035 del codice civile «chi ha eseguito una prestazione per uno scopo che, anche da parte sua, costituisca offesa al buon costume non può ripetere quanto ha pagato».

La disposizione in esame richiede molto chiaramente ai fini dell’irripetibilità che lo scopo immorale sia condiviso da entrambe le parti. Del resto, se l’immoralità si riferisce solo al motivo di una parte, l’accordo è perfettamente valido e pertanto produce integralmente i suoi effetti.

In generale, la giurisprudenza ha sempre interpretato il concetto di buon costume in senso ampio, identificando la nozione di buon costume non solo con le prestazioni contrarie alle regole della morale sessuale o della decenza, ma anche con quelle contrastanti con i principi e le esigenze etiche costituenti la morale sociale in un determinato ambiente e in un certo momento storico (v. ad esempio Cass., 21 aprile 2010 n. 9441, ma anche Cass., 27 ottobre 2017 n. 25631).

Cass., Sez. I, 5 agosto 2020, n. 16706

Riccardo Cammarata – r.cammarata@lascalaw.com

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