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Limiti e decadenze nel riproporre la domanda di appello

Nel caso in esame la Corte di Cassazione si è pronunciata su un presunto errore procedurale del Giudice di Appello il quale, a detta del ricorrente, non avrebbe potuto statuire su due domande in quanto implicitamente rinunciate poiché non riproposte con appello incidentale.

I giudici di legittimità con la sentenza n. 413/2017 hanno rigettato il motivo su esposto ribadendo un principio già  in parte consolidato  secondo cui la parte pienamente vittoriosa nel merito in primo grado non ha l’onere di proporre, in ipotesi di gravame formulato dal soccombente, appello incidentale per richiamare in discussione le eccezioni e le questioni che risultino superate o assorbite, difettando di interesse al riguardo, ma è soltanto tenuta a riproporle espressamente nel nuovo giudizio in modo chiaro e preciso, tale da manifestare in forma non equivoca la sua volontà di chiederne il riesame, al fine di evitare la presunzione di rinuncia derivante da un comportamento omissivo, ai sensi dell’art. 346 c.p.c. (Cass. n. 14086/10; cfr. anche Cass. n. 24021/10).

Ragionando ex adverso la Suprema Corte ribadisce invece che l’appellante risultante soccombente nel giudizio di prime cure e che voglia riproporre nel giudizio di secondo grado   le eccezioni e le domande non accolte deve, per non ricadere nella presunzione di rinuncia ex art 346 cpc, reiterarle sì in qualsiasi forma ma in modo specifico, non essendo sufficiente un generico richiamo a quanto eccepito innanzi al giudice di primo grado.

D’altro canto la ratio della norma è stata oggetto in passato di dettagliata analisi nella giurisprudenza di legittimità facendo leva sulla differenza tra soccombenza pratica e soccombenza teorica “…l’interesse ad impugnare sussiste solo in presenza della soccombenza pratica, intesa come situazione di fatto nella quale la sentenza di primo grado abbia tolto o negato alla parte un bene della vita accordandolo all’avversario, ed abbia quindi concretamente determinato per la stessa una condizione di sfavore, a vantaggio della controparte. Una situazione di soccombenza in primo grado che sia invece soltanto teorica – ravvisabile quando la parte, pur vittoriosa, abbia però visto respingere taluna delle sue tesi od eccezioni, ovvero taluni dei suoi sistemi difensivi, od anche abbia visto accolte le sue conclusioni per ragioni diverse da quelle prospettate – non fa sorgere l’interesse ad appellare, e non legittima un’impugnazione, nè principale, nè incidentale, ma impone alla parte, vittoriosa nel merito, soltanto l’onere di manifestare in maniera esplicita e precisa la propria volontà di riproporre le domande e ad eccezioni respinte o dichiarate assorbite nel giudizio di primo grado, onde superare la presunzione di rinuncia, e quindi la decadenza di cui all’art. 346 c.p.c…” (sul punto Cass. civ. Sez. Unite, 24-05-2007, n. 12067; Cass. civ. Sez. Unite, 02-07-2004, n. 12138; Cass. civ. Sez. Seconda, 06-05-2005, n. 9400).

La Cassazione con la sentenza de quo ha definito in modo più netto, rispetto ad altre pronunce (cfr Corte Cassazione 20.06.2014 n.14085), il reale contenuto dell’ art 346 cpc  definito da buona parte della dottrina lacunoso a causa di una non precisa determinazione delle modalità con le quali le parti dovrebbero ripresentare le suddette eccezioni e domande.

La pronuncia ha sicuramente il pregio, infatti, di demarcare in modo netto i confini entro i quali le due parti (soccombente e vittoriosa) devono muoversi nel giudizio di appello per non cadere in decadenze e implicite rinunce impedendo nel contempo giudizi di secondo grado con intenti puramente dilatori.

Cass., 11 gennaio 2017 n. 413 

Alberta E. Vettorel a.vettorel@lascalaw.com

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