A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Liberazione del capitale mediante criptovalute: l’evolversi della vicenda

Confermata l’inammissibilità della liberazione di un aumento oneroso del capitale mediante criptovalute.

Questo è ciò che ha stabilito la Corte d’appello di Brescia (Decreto 207/2018 del 24 ottobre 2018) confermando il provvedimento del Tribunale di Brescia (Decreto del 18 luglio 2018 e già commentato nel precedente articolo di Iusletter in data 11 ottobre 2018), di rigetto del ricorso proposto da una società contro il rifiuto da parte di un notaio di iscrivere al Registro delle Imprese una delibera di aumento di capitale da liberare mediante conferimento di una certa quantità di criptovalute.

In particolare, la Corte di Appello – anche se con una diversa motivazione rispetto a quella posta a sostegno del Decreto del Tribunale – ha condotto il proprio ragionamento partendo dal presupposto che la criptovaluta debba essere assimilata, sul piano funzionale, al denaro. Questa infatti servendo – al pari dell’Euro – per effettuare acquisti nell’ambito di un determinato (e limitato) mercato e operando come contropartita per ricevere beni, servizi o altre utilità, deve considerarsi come una moneta.

In ragione di quanto sopra, nel Decreto in commento è stato quindi evidenziato come “L’effettivo valore economico della “criptovaluta” non può in conseguenza determinarsi con la procedura di cui al combinato disposto dei due articoli 2264 e 2265 cc – riservata a beni, servizi ed altre utilità, diversi dal denaro – non essendo possibile, per le ragioni sopra esposte, attribuire valore di scambio ad un’entità essa stessa costituente elemento di scambio (contropartita) nella negoziazione”.

Pertanto, la Corte d’Appello di Brescia:

  • – data l’impossibilità di ricorrere ad una perizia di stima per stabilire il valore della criptovaluta; e
  • – data l’impossibilità, nel caso di specie, di collocarla in un sistema di cambio che sia stabile ed agevolmente verificabile come per le monete aventi corso legale in altri Stati (dollaro, yen, sterlina etc.);

non ha ritenuto possibile assegnare alla criptovaluta un controvalore in Euro, arrivando a concludere che “non è possibile attribuire alla criptovaluta una determinazione in valore (e cioè in euro) effettiva e certa” condividendo e confermando la valutazione del notaio che aveva rifiutato l’iscrizione, in forza della quale “le criptovalute, attesa la loro volatilità, non consentono una valutazione concreta del “quantum” destinato alla liberazione dell’aumento di capitale sottoscritto”.

Corte d’Appello di Brescia, decreto del 24 ottobre 2018

Matteo Marciano – m.marciano@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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