Crisi e procedure concorsuali

L’esdebitazione secondo un recente intervento della Cassazione

La questione giuridica oggetto di rimessione alle S. U. (leggi la sentenza per esteso) trae origine dalla dichiarazione di fallimento[1] di un imprenditore e successiva ammissione al beneficio dell’esdebittazione (art. 142 L.F.), avvenuta previa declaratoria di inesigibilità dei crediti concorsuali da lui non completamente soddisfatti (art. 143 L. F).

Reclamato il provvedimento, la Corte d’appello rigettava la domanda dell’imprenditore perché la concessione del beneficio in questione avrebbe presupposto il soddisfacimento parziale di tutti i creditori concorsuali, ipotesi non verificatasi nella specie, in cui nessun pagamento era stato effettuato in favore dei creditori chirografari.

Proposto dall’imprenditore ricorso in Cassazione, lo stesso viene poi rimesso all’esame delle Sezioni Unite le quali hanno risolto la questione relativa al “se” l’art. 142, comma, 2 (c.d. presupposto oggettivo) della L.F. debba essere inteso nel senso che tutti i creditori siano soddisfatti, almeno parzialmente, oppure nel senso che sia necessario che almeno una parte dei creditori (o più correttamente: dei crediti) sia soddisfatta, questione sulla quale sia la dottrina che la giurisprudenza di merito hanno rappresentato soluzioni non coincidenti.

La Suprema Corte si premura di analizzare, in via preliminare e quasi propedeutica, lo sviluppo e la ratio sottesa all’istituto dell’esdebitazione, introdotto nell’ambito della procedura fallimentare con il D.Lgs. n. 5 del 2006 su indicazione della Legge Delega 14 maggio 2005, n. 80, art. 1 comma 6 lett. a) n. 13, già previsto come conseguenza ex lege nei concordati e da ultimo modificato con il D.Lgs. n. 169 del 2007 (c.d. correttivo del D.Lgs. n. 5 del 2006), che consiste nella liberazione del debitore persona fisica dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti.

Nell’offrire questa panoramica ricostruttiva dell’istituto, la Corte non rinuncia a rimarcare come la norma di cui al secondo comma dell’art. 142 L.F. sia poco chiara nonché lacunosa, e dunque, di difficile interpretazione.

Secondo il Collegio l’istituto della esdebitazione è espressione della consapevolezza che l’insolvenza, quale esito negativo dell’attività imprenditoriale, non deve precludere all’imprenditore la possibilità di rientrare nel mercato con la ricchezza e le esperienze acquisite. In questa ottica, proprio l’estinzione dei debiti è una previsione che stimola comportamenti virtuosi del debitore fallito e costituisce la premessa per riprendere la propria attività ed espandere senza pregiudizio alcuno le proprie potenzialità.

La Corte, nondimeno, non tralascia il fatto che l’esdebitazione presenta un carattere di eccezionalità (perché derogatorio tanto del principio della responsabilità patrimoniale generale art. 2740 c.c. quanto della regola che impone la sopravvivenza delle obbligazioni insoddisfatte nel fallimento ex. art. 120 L.F.) che, in ogni caso, deve sempre garantire il c.d. “fresh start” dell’imprenditore che abbia correttamente adempiuto il pagamento dei debiti pregressi, proprio per consentire l’applicazione dell’istituto secondo la sua originaria ratio.

Espletato il quadro istituzionale e riassuntivo dell’istituto in oggetto, la Corte prende posizione e afferma che l’art. 142, comma 2 L.F. deve essere interpretato in senso estensivo.

Nell’afferma ciò, la Corte procede attraverso una ricostruzione logico-giuridica interessante e certamente condivisibile.

In prima battuta, i giudici sostengono che il dato testuale dell’art. 142 L.F. non prevede il soddisfacimento parziale di “tutti” i creditori. In altri termini: la lettera della norma non stabilisce un limite numerico (“tutti”) ai creditori da soddisfare. Già questa iniziale osservazione permette di concludere avallando, logicamente, una tesi più ampia che tenga conto del quantum dei crediti soddisfatti e non anche della totalità dei creditori.

Inoltre, come già accennato sopra, la ratio dell’istituto dell’esdebitazione è quella di reintrodurre l’imprenditore all’interno del mercato del lavoro, sicché un parametro troppo rigido renderebbe eccessivamente difficile la reintroduzione dell’imprenditore all’interno del mondo del lavoro.

Ma non solo. Una interpretazione eccessivamente letterale della norma comporterebbe una sostanziale distorsione del corretto funzionamento della procedura di esdebitazione. Invero, si potrebbe creare una irragionevole distinzione fra fallimenti con creditori privilegiati di modesta entità e tutti gli altri, essendo per questi ultimi decisamente più difficoltoso il soddisfacimento del requisito oggettivo propedeutico all’avvio della procedura.

In ultimo, ma non meno importante, va ricordato che, anche a voler condividere la tesi restrittiva/letterale, resta comunque il fatto che quest’ultima tesi presenta margini di incertezza; sicchè, conformemente ai principi precedentemente affermati dalla Corte, nel caso in cui una disposizione normativa offra una pluralità di possibili interpretazioni, va privilegiata quella che sia compatibile con il dettato costituzionale (C. 99/3242, C. 95/4906). Ebbene, nel caso di specie, il legislatore delegante, che aveva disposto l’introduzione dell’istituto dell’esdebitazione, non aveva posto limiti nella disciplina del relativo procedimento e soprattutto, per la parte di interesse, nella individuazione dei presupposti ai fini del relativo accesso, sicchè ogni eventuale limite al riguardo (e quello affermato dal giudice del merito risulta di significativa incidenza: “tutti i creditori”) desunto dal decreto delegato si porrebbe in contrasto con la legge delega, e quindi con quanto prescritto dalla Costituzione (art. 76 Cost.).

Posto quanto sopra, ne consegue che mancando un criterio quantitativo certo, sarà compito del giudice del merito accertare, di volta in volta, quando la consistenza dei riparti realizzati consenta di affermare che l’entità dei versamenti effettuati, valutati comparativamente rispetto a quanto complessivamente dovuto, costituisca quella “parzialità” dei pagamenti richiesti per il riconoscimento del benefìcio dell’esdebitazione. E nel fare questo, il giudice dovrà valutare anche la presenza, nel debitore, di una certa condotta prima e durante la procedura fallimentare.

Dunque, il requisito della “parzialità” del soddisfacimento dei creditori concorsuali, come mette in evidenza il Collegio, può essere interpretato nel senso che la detta parzialità sia rapportata al numero complessivo dei creditori, interpretazione che secondo la sentenza in esame trova conforto nell’avvenuto richiamo, da parte del legislatore, ai creditori anzichè ai crediti, senza alcuna specificazione in ordine alla totalità di essi. In sintesi: la parzialità si riferirebbe ai creditori, con conseguente inaccettabilità di chi sostiene che debbano essere soddisfatti tutti i creditori.

In conclusione, dunque, la sentenza, importante sotto il profilo della quotidiana applicazione nei tribunali, ha il pregio di individuare quella che sembra essere la ratio della disposizione (art. 142, comma 2, L.F.) e mette in rilievo l’esigenza che, rispetto a quella, siano garantiti tanto il ritorno sul mercato da parte del debitore che il soddisfacimento dei crediti da parte dei creditori. Sotto questo profilo, la sentenza ha anche l’ulteriore merito di trovare un perfetto equilibrio tra le esigenze del debitore che ha intenzione di riprendere una nuova attività e i creditori che esigono garanzie per i loro crediti.

(Edoardo Di Blasio – e.diblasio@lascalaw.com)



[1] La questione trae spunto dalla sentenza del 26.10.1994 con la quale il Tribunale di Firenze dichiarava il fallimento della V. V. s.n.c. di G. G. s.n.c. e dei due soci illimitatamente responsabili G.V. e L..

Successivamente con decreto del 12.12.2008 lo stesso tribunale, accoglieva istanza in tal senso di quest’ultimo. Il provvedimento, reclamato da Banca Intesa e dall’Inps (che non avevano proposto opposizione alla domanda, così come d’altro canto anche gli altri creditori interessati), veniva riformato dalla Corte di Appello di Firenze, che rigettava pertanto la domanda dello G.

In particolare la Corte territoriale respingeva l’eccezione di inammissibilità dei reclami per tardività, sulla base del rilievo che gli stessi sarebbero stati proposti nel rispetto del termine lungo di novanta giorni dal deposito dei decreti impugnati, ed affermava nel merito la fondatezza di quello di Intesa Sanpaolo, in ragione del fatto che la concessione del beneficio in questione avrebbe presupposto il soddisfacimento parziale di tutti i creditori concorsuali, ipotesi non verificatasi nella specie, in cui nessun pagamento era stato effettuato in favore dei creditori chirografari.

In particolare la Corte di appello riteneva che nel senso indicato deponesse il dato letterale della normativa, che avrebbe fatto riferimento “ai creditori concorsuali senza alcuna aggettivazione”, nonchè l’interpretazione sistematica del complesso delle disposizioni in tema di esdebitazione. Sotto quest’ultimo profilo sarebbero stati infatti rilevanti la L. Fall., art. 143, comma 1, che avrebbe fatto riferimento ai debiti concorsuali “non soddisfatti integralmente”; la L. Fall., art. 144, che, per i creditori concorsuali non insinuati, dispone l’operatività dell’esdebitazione nei limiti della “percentuale attribuita nel concorso ai creditori di pari grado”, così indirettamente confermando la necessità di una attribuzione parziale in favore di tutti i creditori concorrenti; i lavori preparatori, che avrebbero indicato quale requisito necessario per il debitore fallito il pagamento di almeno il 25% dei crediti chirografari; la relazione illustrativa della legge di riforma del 2006, dalla quale si sarebbe dedotto che sia la condizione preclusiva dell’esdebitazione, che l’avverbio “integralmente”, sarebbero stati “utilizzati in funzione limitativa della concessione del beneficio”; la circostanza che, risolvendosi l’esdebitazione in una sostanziale espropriazione del diritto dei creditori, andrebbe privilegiata un’interpretazione restrittiva dell’istituto.

Avverso la decisione G. proponeva ricorso per cassazione affidato a tre motivi, poi illustrati da memoria, cui resisteva con controricorso l’Intesa Sanpaolo s.p.a..

Il ricorso è stato poi rimesso all’esame delle Sezioni Unite, avendo fatto seguito ad altro ricorso di analogo contenuto già trasmesso al medesimo Collegio, essendo stato ritenuto trattarsi di questione di massima importanza.

La controversia veniva quindi decisa all’esito dell’udienza pubblica del 4.10.2011.

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