Crisi e procedure concorsuali

“L’escussione del pegno nell’ambito della revocatoria fallimentare”

Tribunale Napoli, 11 novembre 2011 (leggi la sentenza per esteso)

Il ricavato della escussione di un pegno posto a garanzia dell’affidamento che la banca ha concesso ad un proprio cliente ben può essere assoggettato a revocatoria non assumendo rilievo la circostanza che il ricavato della vendita sia destinato a soddisfare un credito privilegiato, in quanto l’eventus damni deve considerarsi in re ipsa, consistendo nella lesione della par condicio creditorum ricollegabile all’uscita del bene dalla massa in forza dell’atto dispositivo, e non potendosi escludere a priori il pregiudizio alle ragioni di altri creditori privilegiati, insinuatisi in seguito al passivo

La vicenda da cui prende spunto il Tribunale di Napoli per prendere posizione all’interno dell’annoso dibattito tra la teoria indennitaria e la teoria redistributiva della revocatoria fallimentare riguarda un pagamento riscosso da una Banca in forza della realizzazione di un pegno costituito su un titolo della propria correntista, poi fallita, posto a garanzia di un affidamento concesso alla medesima.

Da un lato, v’è la Curatela fallimentare che sostiene la revocabilità di tale pagamento ai sensi dell’art. 67 l.f. e, dall’altro, v’è la Banca che afferma la legittimità della rimessa poiché frutto dell’escussione di un pegno ormai consolidato.

Il Tribunale ripercorre quindi le due teorie sulla funzione della revocatoria fallimentare.

La teoria c.d. indennitaria ritiene che, per configurarsi la revocabilità di un atto ai sensi dell’art. 67 l.f., debba sussistere l’eventus damni, analogamente a quanto stabilito per le revocatorie ordinarie. Secondo tale tesi, dunque, la lesione delle ragioni creditorie non è una conseguenza diretta ed indefettibile dell’atto dispositivo, ma è solo presunta dall’insolvenza del debitore e passibile di prova contraria.

La teoria c.d. redistributiva nega invece la necessità dell’eventus damni nelle revocatorie fallimentari (anche perché nulla dice in merito l’art. 67 l.f.), ritenendo che il pregiudizio sia in re ipsa nella fuoriuscita dal bene dall’attivo fallimentare e, quindi, nella violazione del principio della par condicio creditorum.

Il contrasto tra le due teorie è stato sanato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione Civile (n. 7028 del 28.03.2006) che hanno propeso per la tesi redistributiva cui ha aderito anche il Tribunale di Napoli nel decidere la fattispecie sottoposta al suo vaglio.

L’orientamento redistributivo prescinde peraltro dalla natura privilegiata del credito e dal consolidamento della garanzia, in quanto l’unica lesione valutabile in caso di soddisfazione al di fuori del concorso del creditore privilegiato deriva dalla semplice fuoriuscita del bene dall’attivo, non potendosi escludere, per il solo fatto della conservazione del privilegio in sede fallimentare (una volta revocato l’atto, infatti, il creditore pignoratizio avrà diritto di riavere, in ambito fallimentare, le stesse garanzie che assistevano la propria pretesa creditoria), la lesione della massa dei creditori.

24 aprile 2014

(Francesca Fumagalli – f.fumagalli@lascalaw.com )

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