Lavoro e Relazioni Industriali

Legittimita’ del licenziamento per giustificato motivo oggettivo: onere della prova del datore in ordine all’obbligo di repechage

Cass., 12 settembre 2013, Sez. lav., n. 20918 (leggi la sentenza per esteso)

La Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata, in linea con precedenti decisioni, in materia di obbligo di “repechage”, statuendo che il datore di lavoro, prima di procedere al licenziamento di un dipendente per giustificato motivo oggettivo, debba verificare la possibilità di adibirlo a mansioni equivalenti oppure inferiori a quelle svolte.

Più precisamente, secondo la Corte, la possibilità di assegnare al lavoratore mansioni inferiori rileva esclusivamente nel caso in cui quest’ultimo abbia accettato il demansionamento con patto anteriore o coevo al licenziamento, proprio quale alternativa alla perdita del posto di lavoro. Non assumono rilevanza, invece, le dichiarazioni del lavoratore successive alla cessazione del rapporto, non accettate da parte del datore di lavoro (Cass. 18.03.2009, n. 6552).

Nell’ipotesi, pertanto, in cui il lavoratore abbia manifestato, prima del licenziamento, il proprio assenso al demansionamento, il datore di lavoro deve dimostrare di non aver potuto destinare il dipendente a mansioni differenti da quelle svolte, ancorché ciò comporti un peggioramento del livello professionale acquisito.

La Suprema Corte ammette, quindi, la possibilità di deroga pattizia al disposto dell’art. 2103 cod. civ., che sanziona con la nullità qualsivoglia patto volto a modificare in peius le mansioni del lavoratore. Ciò nell’ottica di un contemperamento tra il diritto al mantenimento del livello professionale acquisito ed il diritto alla conservazione del posto di lavoro.

(Valentina Tavernese – v.tavernese@lascalaw.com)

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