Accertamento dell’insolvenza: fatti diversi…sentenza diversa!

Legge Pinto: quando decorre il termine per il ricorso nella procedura fallimentare?

La Corte di Cassazione nella sentenza in commento offre un’interessante analisi per quanto concerne il termine decadenziale entro il quale il creditore integralmente soddisfatto nella procedura fallimentare può proporre ricorso onde ottenere il risarcimento dei danni – patrimoniali e non patrimoniali – derivanti dall’irragionevole durata del processo, analizzando la normativa fallimentare vigente e quella ante riforma del 2006.

Infatti, ai sensi dell’art. 4 della l. n. 89 del 2001 (c.d.Legge Pinto), il ricorso deve essere presentato a pena di decadenza entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva.

Quando la decisione che conclude il procedimento diviene definitiva per il creditore integralmente soddisfatto in una procedura fallimentare? Ci sono differenze se la procedura concorsuale si è svolta sotto la vigenza della normativa previgente?

Nel caso di specie, il fallimento è stato dichiarato nel 1992 ed il provvedimento di chiusura è stato emanato nel 2016. I creditori integralmente soddisfatti nella procedura de quo proponevano ricorso alla competente Corte d’Appello per ottenere il risarcimento del danno per irragionevole durata del processo, presentando l’istanza nei 6 mesi successivi dal decreto di chiusura della procedura concorsuale.

La Corte Territoriale di Venezia rigettava la domanda d’equo indennizzo proposta dai creditori evidenziando la tardività della domanda, essendo decorso il semestre decadenziale di legge dalla dichiarazione di esecutività del riparto, costituente attribuzione immutabile al momento di presentazione della domanda, essendosi in tale occasione cristallizzata la posizione dei ricorrenti con la conseguente definitività della decisione che ha concluso il procedimento.

I creditori istanti, in totale disaccordo con la pronuncia della Corte d’Appello, proponevano ricorso in Cassazione lamentando l’erroneità del provvedimento.

Secondo i ricorrenti, infatti, nel caso di specie, il termine semestrale di decadenza decorre soltanto a seguito del provvedimento di chiusura del fallimento, essendo applicabile la disciplina ante 2006, secondo la quale l’esecutività del piano di riparto non riveste un carattere di definitività.

La Suprema Corte, dunque, investita sul tema, analizza in chiave dicotomica il dies a quo del termine decadenziale semestrale previsto dalla Legge Pinto, distinguendo il momento in cui la decisione del procedimento diventa definitiva secondo la normativa vigente e quella ante riforma del 2006, applicabile alla fattispecie.

L’art.114 L.F. vigente prevede espressamente il principio di non ripetibilità dei pagamenti effettuati in esecuzione del piano di riparto (se non nell’eccezionale caso di accoglimento di domande di revocazione) assegnando, dunque, al riparto il carattere della definitività, mentre, al contrario, Il testo del medesimo articolo nella versione previgente si limitava ad affermare l’obbligo di restituzione del pagamento delle somme erogate in esecuzione del piano di riparto nel caso di revocazione positivamente esperita contro i creditori ammessi, non statuendo, per il resto, il generale divieto di ripetibilità dei predetti pagamenti.

Di conseguenza, il provvedimento di esecutività del riparto nella disciplina ante riforma non gode della medesima stabilità espressamente prevista dal novellato art.114 LF.

Da ciò, deriva che sotto la vigenza del vecchio testo normativo, i creditori, pur soddisfatti, vedono stabilizzarsi definitivamente la loro posizione solamente dal provvedimento di chiusura del fallimento e, quindi, dall’irrevocabilità di quest’ultimo provvedimento decorrerà il semestre di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4.

Per contro, sotto la vigenza del nuovo testo normativo, i creditori ammessi che siano stati integralmente soddisfatti cessano di essere parte con la definitività del provvedimento di riparto stante l’irrepetibilità dei pagamenti, decorrendo da quel momento il termine semestrale decadenziale previsto dalla Legge Pinto, non conservando, infatti, alcun interesse al prosieguo della procedura e non essendo necessario attendere la chiusura del fallimento.

La Corte di Cassazione, dunque, accogliendo il ricorso, ha cassato il decreto impugnato con rinvio alla Corte d’Appello di Venezia, ritenendo che, in ossequio alla normativa fallimentare previgente, il ricorso presentato dai creditori vòlto ad ottenere l’equo indennizzo per l’irragionevole durata della procedura concorsuale fosse proposto nei termini previsti dalla Legge Pinto. 

Cass., sez. II, 24 Marzo 2022, n. 9590

Matteo Martinengo Villaganam.villagana@lascalaw.com

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