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Eccezione di prescrizione delle rimesse e ammissibilità

La Suprema Corte ha così portato un po’ di chiarezza su una questione ormai molto dibattuta, inerente l’onere della prova circa l’indicazione delle rimesse solutorie al fine del computo del termine di prescrizione.

Nel caso portato all’attenzione del Supremo Collegio, una società correntista – in un giudizio di ripetizione di indebito bancario – proponeva ricorso per Cassazione avverso la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Lecce, che, in parziale accoglimento del gravame proposto dalla Banca, aveva ridotto il credito vantato dalla società nei confronti di quest’ultima, rilevando la parziale fondatezza dell’eccezione di prescrizione sollevata dall’istituto di credito.  La Corte, infatti, aveva ritenuto parzialmente fondata l’eccezione di prescrizione proposta dalla Banca, anche se formulata in modo generico e priva di specifica indicazione delle operazioni effettivamente colpite da prescrizione. 

La portata innovativa della pronuncia qui in commento, non sta tanto nella conferma del principio ormai pacifico per cui – nel caso in cui  vengano eseguiti versamenti su un conto “scoperto”, al quale non acceda alcuna apertura di credito a favore del correntista, ovvero quando i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento,  la prescrizione del diritto restitutorio decorre dalla data della singola rimessa (principio già sancito nella pronuncia n. 24418/2010) – ma nella statuizione per cui, ai fini dell’accoglimento della suddetta eccezione, è sufficiente che la stessa sia formulata in modo generico. Tanto è stato ritenuto sufficiente affinché il giudice possa, tramite l’ausilio di un consulente tecnico, distinguere tra le rimesse aventi funzione solutoria e quelle aventi funzione ripristinatoria.

Nel ricorrere per cassazione avverso la sentenza di Appello, la società correntista, stante l’accoglimento di un’eccezione di prescrizione formulata in modo generico dalla Banca, aveva infatti, lamentato la violazione e la falsa applicazione dell’art. 112, cpc, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4, cpc.

La Suprema Corte, però, ha ritenuto di avvallare la sentenza della Corte d’Appello di Lecce: la stessa domanda di parte attrice era formulata, infatti, in maniera generica, richiedendo la restituzione di “tutte le rimesse”, senza distinzione alcuna, tra quelle solutorie e quelle ripristinatorie.

Il ricorso veniva così rigettato ed il ricorrente veniva condannato al pagamento delle spese di lite.

Valentina Vitali – v.vitali@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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