Crisi e procedure concorsuali

Leasing: l’ammissione al passivo è solo per i canoni scaduti

Cass., Sez.VI, 3 settembre 2015, n. 17577 (leggi la sentenza)

Il concedente nel contratto di leasing, in caso di fallimento dell’utilizzatore, ha diritto ad essere ammesso al passivo solo per i canoni scaduti anteriormente alla data di dichiarazione del fallimento, e non anche per il capitale residuo. E’ quanto dedotto dalla VI Sezione della Corte di Cassazione che torna a pronunciarsi in merito all’ applicazione dell’art. 72 quater l.f. in caso di fallimento dell’utilizzatore e di scioglimento del curatore dal contratto di locazione.

Se, da un lato, e’ pacifico che la società di leasing abbia diritto all’ immediata restituzione del bene oggetto del contratto e ad insinuarsi nel passivo per l’intero importo dei canoni scaduti e non pagati fino alla dichiarazione di fallimento, dall’altro, vi è invece un contrasto giurisprudenziale per quanto riguarda il residuo credito costituito dai canoni a scadere attualizzati oltre l’opzione di acquisto.

Secondo una parte della giurisprudenza di merito la società concedente può, infatti, insinuarsi fin dall’inizio al passivo del fallimento per l’intero credito (Tribunale di Torino Sez. VI 22 aprile 2012 n.1241; Tribunale di Udine 24 febbraio 2012), mentre per la Cassazione si deve attendere la riallocazione del bene e, se del caso, procedere con una insinuazione tardiva.

Secondo la Cassazione “in tema di effetti del fallimento su preesistente rapporto di leasing, ai sensi dell’art. 72 quater l. Fall. (Introdotto dall’art. 59 del D.lgs n. 5 del 2006 e modificato dell’art. 4 comma 8 del d.lgs n. 169 del 2007), il concedente, in caso di fallimento dell’utilizzatore e di opzione del curatore per lo scioglimento del vincolo contrattuale, non può richiedere subito, mediante l’insinuazione al passivo ed ex art. 93 l. Fall., anche il pagamento dei canoni residui che l’utilizzatore avrebbe dovuto corrispondere nell’ipotesi di normale svolgimento del rapporto di locazione finanziaria, poiché con la cessazione dell’utilizzazione del bene viene meno l’esigibilita’ di tale credito, ma ha esclusiva,ente diritto alla restituzione immediata del bene ed un diritto di credito eventuale, da esercitarsi mediante successiva insinuazione al passivo, nei limiti in cui, venduto il bene o altrimenti allocato a valori di mercato, dovesse verificarsi una differenza tra il credito vantato alla data del fallimento e la minor somma ricavata dalla allocazione del bene cui è tenuto il concedente stesso, secondo la nuova regolazione degli interessi fra le parti direttamente fissata dalla legge”.

Pertanto, il principio sancito dalla S.C. e’ quello che, nel caso in cui il curatore decida di sciogliersi dal contratto la società concedente si può insinuare in un primo momento per i soli canoni insoluti fino alla data del fallimento e chiedere la restituzione del bene (comma 2) e solo dopo che ha venduto o riallocato il bene ai valori di mercato e verificato se residua un suo  credito, ai sensi del comma 3, fare una insinuazione tardiva per l’ ulteriore credito.

Potrebbe infatti verificarsi che il ricavato derivante dalla vendita pareggi o addirittura risulti superiore all’entita’ dei canoni residui. In quest’ultimo caso il concedente sarebbe tenuto addirittura a versare alla curatela l’eventuale differenza fra la maggior somma ricavata dalla vendita o altra collocazione del bene a valori di mercato, rispetto al credito residuo in linea capitale.

L’interpretazione seguita dalla Suprema Corte costringe tuttavia la società concedente ad una doppia insinuazione con il rischio che, nel caso in cui  non si addivenga in tempi rapidi alla riallocazione del bene, l’insinuazione tardiva avvenga dopo che si è proceduto al riparto per cui il fallimento può risultare del tutto incapiente se non addirittura chiuso.

25 gennaio 2016

Daniela Calvanod.calvano@lascalaw.com

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