Contratti

Leasing finanziario e leasing traslativo: arresto definitivo del Tribunale di Bologna

Tribunale di Bologna, 12 gennaio 2015

Con sentenza del 12 gennaio 2015, il Tribunale di Bologna torna a pronunciarsi in materia di leasing traslativo e leasing di godimento.

Il provvedimento germina dalla domanda spiegata dall’utilizzatore con il quale chiede la restituzione dei canoni riscossi dalla Concedente ex art. 1526 c.c. denunciandone la condotta contraria a buona fede, in quanto,“in seguito alla riconsegna” del cespite, la stessa avrebbe “scientemente e volontariamente rivenduto ad un prezzo eccessivamente ridotto il bene oggetto del contratto di leasing”.

L’organo giudicante, sulla scorta delle precedenti pronunce del Foro felsineo, evidenzia la struttura complessa del contratto di leasing “risultante dal collegamento di due contratti: il primo attraverso il quale il concedente si procura presso il fornitore il bene richiesto dall’utilizzatore ed il secondo, la cui natura è da sempre discussa, consistente nel contratto di leasing in senso stretto, con cui il bene acquistato viene concesso in godimento all’utilizzatore per un tempo determinato, dietro il pagamento di un canone periodico (cfr., ex multis, Cass. Civ., Sez. VI, 12.10.2012, ord. n. 17604)”.

Il Giudice, richiamando i precedenti giurisprudenziali della Corte di Cassazione ed, in particolare, “tra le tante, Cass. Civ., Sez. I, 23.5.2008, n. 13418”, ne dichiara la natura obsoleta in quanto superata dalla dottrina e dalla giurisprudenza di merito.

Infatti, la visione unitaria del contratto di leasing “appare oggi preferibile, in quanto avvalorata dall’art. 72 quater l. fall., introdotto dall’art. 59 d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5”.

Pertanto, “al posto dell’art. 1526 c.c., dovrebbe quindi trovare sempre applicazione l’art. 1458 comma 1 c.c., il quale, nei contratti di durata, limita gli effetti della risoluzione alle sole prestazioni future. Il concedente, pertanto, in caso di risoluzione del contratto, avrebbe diritto di conseguire la restituzione del bene, trattenere i canoni già percepiti, ottenere il pagamento di quelli scaduti prima della risoluzione nonché ottenere la restituzione del capitale residuo, previa detrazione del valore di realizzo del bene”.

Il Giudice conclude la propria analisi, rigettando l’eccezione sollevata da controparte in punto di vendita del cespite ad un prezzo vile: alla luce dei principi cardine dell’ordinamento processualcivilistico, deve ritenersi che “l’asserita condotta contraria ai doveri di correttezza e buona fede messa in atto dalla società opposta” non risulta “supportata da alcun oggettivo riscontro documentale” né la parte “nulla allega a riprova di tale circostanza”.

10 febbraio 2015

Pamela Balducci – p.balducci@lascalaw.com

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