Leasing delle mie brame, come mi posso insinuare?

Leasing delle mie brame, come mi posso insinuare?

È vietata, per contrarietà all’ordine pubblico economico, la previsione pattizia inserita nel contratto di leasing traslativo che fa discendere dall’inadempimento dell’utilizzatore in bonis gli effetti previsti dall’articolo 72 quater l.f.

La Suprema Corte ha chiarito l’impossibilità di inserire nel contratto di leasing clausole che prevedano l’applicazione dell’articolo 72quater l.f., ancorché vi sia stata una risoluzione per inadempimento prima del fallimento della società utilizzatrice.

Il caso è presto illustrato: la società locatrice ha svolto domanda di ammissione al passivo del fallimento della società utilizzatrice per l’intero proprio credito (al netto della maggior somma ricavata dalla vendita del bene) derivante da un contratto di leasing immobiliare in precedenza risolto per inadempimento, ciò grazie ad una clausola contrattuale che prevedeva l’applicazione tout court della previsione di cui all’articolo 72quater l.f.

Ebbene, secondo la Cassazione, qualora il contratto di leasing venga risolto prima dell’intervento del fallimento, sarebbe invece sempre necessario applicare in via analogica l’articolo 1526, c.c., laddove prevede, a fronte della restituzione delle rate pagate dall’utilizzatore, il versamento al locatore di un equo compenso per l’utilizzo del bene, oltre, ovviamente, ad un risarcimento del danno subito.

La Suprema Corte ha affermato, infatti, che: “il c.d. patto di deduzione – per mezzo del quale deve essere riconosciuto al concedente l’importo complessivo dovuto dall’utilizzatore – è nullo per contrarietà all’ordine pubblico economico e, in particolare, alla previsione di cui all’art. 1526 c.c., applicabile in via analogica a tutti i casi di risoluzione anticipata del contratto”.

Pertanto, il fallimento, in questo caso, opera come vero e proprio “spartiacque” con notevoli conseguenze anche sull’oggetto della domanda di ammissione: se il contratto è stato risolto prima, il locatore potrà ricorrere solo per l’equo compenso e il risarcimento; se, al contrario, era ancora in essere, sarà legittimo chiedere di essere ammessi alla procedura per l’intero credito, al quale andrà, in ogni caso stornata la maggior somma ricavata dalla vendita del bene, da imputare alla Procedura.

Cass., Sez I Civ., 31 ottobre 2018, n. 27935

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

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