Leasing ante riforma alla ricerca di una (ri)soluzione… nella penale

Che in tema di contratti di locazione finanziaria risolti prima dell’entrata in vigore della “Legge Concorrenza” n. 124/2017 si applicasse in via analogica l’art. 1526 c.c. era ormai chiaro da tempo, non fosse altro perché sull’argomento le Sezioni Unite erano intervenute poco più di un anno fa precisando che: “La legge n. 124 del 2017 (art. 1, commi 136-140) non ha effetti retroattivi e trova, quindi, applicazione per i contratti di leasing finanziario in cui i presupposti della risoluzione per l’inadempimento dell’utilizzatore (previsti dal comma 137) non si siano ancora verificati al momento della sua entrata in vigore; sicché, per i contratti risolti in precedenza e rispetto ai quali sia intervenuto il fallimento dell’utilizzatore soltanto successivamente alla risoluzione contrattuale, rimane valida la distinzione tra leasing di godimento e leasing traslativo, dovendo per quest’ultimo social-tipo negoziale applicarsi, in via analogica, la disciplina di cui all’art. 1526 c.c.” (cfr. Cass., SS. UU., 28 gennaio 2021, n. 2061).

La circostanza, tuttavia, all’indomani della sentenza aveva destato tra gli operatori solo qualche lieve preoccupazione.

Le Sezioni Unite, infatti, avevano altresì chiarito come occorresse comunque tener conto del fatto che è “coerente con la previsione contenuta nell’art. 1526 c.c., comma 2 la penale inserita nel contratto di leasing traslativo prevedente l’acquisizione dei canoni riscossi con detrazione, dalle somme dovute al concedente, dell’importo ricavato dalla futura vendita del bene restituito (tra le altre, le citate Cass. n. 15202 del 2018 e Cass. n. 1581 del 2020, nonchè Cass., 28 agosto 2019, n. 21762 e Cass., 8 ottobre 2019, n. 25031)”.

Il che significava, tra le altre cose, che per quanto al leasing fosse applicabile in via analogica l’art. 1526 c.c., la soluzione di ogni contezioso in materia continuava a ruotare intorno alla penale di risoluzione.

Pregevole, in questa direzione, anche la recentissima ordinanza della Cassazione n. 11484, emessa solo qualche giorno fa.

La ragione risiede nel fatto che la clausola penale realizza un equo contemperamento dei diritti delle parti, ponendo la Concedente nella stessa situazione in cui la stessa si sarebbe trovata se il contratto avesse avuto la sua naturale esecuzione.

Peraltro, chiarisce la Suprema Corte, tale conclusione non muta per il sol fatto che vi possa essere stata anche una funzione che, in qualche modo, può essere intesa come punitiva, perché con la clausola penale si regolano le conseguenze dell’inadempimento dell’utilizzatrice, consistenti in una prestazione che quest’ultima è tenuta ad effettuare in favore dell’altro contraente indipendentemente dal danno sofferto da quest’ultimo, sollevato quindi dall’onere di provarne la sussistenza e l’entità in concreto.

Per dirla altrimenti, anche se nel caso di specie la Concedente riuscisse ad incassare tutto quanto ancora dovutole e trattenendo quanto ricevuto precedentemente alla risoluzione, la stessa otterrebbe importi al massimo corrispondenti all’onere economico sostenuto per procurarsi i beni locati.

Da qui, in conclusione, la conseguente validità ed efficacia della penale e la conferma della non applicabilità dell’art. 1526 c.c.

Cass., ord. Sez. III, 08 aprile 2022, n. 11484 

Francesco Concio – f.concio@lascalaw.com

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