Sequestro “ordinario”? L’esecuzione continua…

Lealtà, probità e condanna ex art. 96 c.p.c.

La Corte d’Appello di Milano ha ricordato che il comportamento processuale delle parti deve sempre rispettare i canoni della lealtà e probità sanciti dal nostro codice di rito, posto che alla loro violazione deve seguire la sanzione tipica prevista dall’ordinamento: la condanna ex art. 96 c.p.c.

Un correntista, pochi mesi dopo il passaggio a sofferenza della propria esposizione, trasferiva gli unici immobili di proprietà alla madre, nel tentativo evidente di sottrarli alle azioni esecutive della banca. Quest’ultima, quindi, agiva vittoriosamente in revocatoria davanti al Tribunale competente.

Nei termini processuali il correntista proponeva appello notificando alla banca atto di citazione che conteneva, al suo interno, due documenti nuovi, in quanto mai prodotti in primo grado.

Si costituiva in giudizio la banca creditrice e, successivamente, la società cessionaria del credito che, rilevata l’inammissibilità dei documenti nuovi ai sensi dell’art. 345 c.p.c., sottolineava, altresì, la discrasia documentale avversaria, che si sostanziava nel riferimento a documentazione relativa a soggetti estranei al giudizio.

La Corte, previa ampia analisi della vicenda, ha riconosciuto la sussistenza di tutti i presupposti dell’azione revocatoria ed ha, pertanto, confermato integralmente la sentenza di primo grado.

In dettaglio il Collegio, richiamando la costante giurisprudenza di legittimità, ha ricordato che il pregiudizio determinato dall’atto dispositivo del debitore (eventus damni) sussiste laddove sia provata una semplice “variazione quantitativa o anche soltanto qualitativa del patrimonio che comporti una maggiore incertezza o difficoltà nel soddisfacimento del credito” e, inoltre, che la partecipazione del terzo (partecipatio fraudis)può essere ricavata anche da presunzioni semplici, ivi compresa la sussistenza di un vincolo parentale tra il debitore e il terzo”.

Sulla scorta di tali premesse, la Corte ha ritenuto opportuna, oltre alla condanna alla rifusione delle spese di lite, anche l’applicazione ex officio dell’art. 96 III comma c.p.c., il motivo è il seguente: “L’inconsistenza dei motivi di impugnazione, peraltro ridondanti, unitamente al comportamento gravemente reprensibile sotto il profilo della correttezza processuale – rappresentato dall’inserimento di inammissibili documenti nel corpo dell’atto di appello e della comparsa conclusionale e soprattutto dall’iniziale produzione alla Corte di Appello di una copia del fascicolo di parte di primo grado comprensiva del documento utile all’appellante…sono tali da integrare quella “violazione dei doveri di lealtà e probità sanciti dall’art. 88 c.p.c.” che, secondo le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Sentenza n. 22405 del 13/9/2018), la condanna ex art. 96, comma 3 c.p.c. è volta a…sanzionare”.

La violazione della correttezza processuale, quindi, trova puntuale sanzione all’interno del codice di rito, non resta che darvi applicazione.

Corte d’Appello di Milano, 4 dicembre 2018, n. 5393

Carlo Giambalvo Zilli – c.zilli@lascalaw.com

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