Chi è onerato della prova non usi gli scalari

Le Sezioni Unite sull’applicabilità della normativa antiusura agli interessi moratori

Finalmente lo scorso venerdì è stata pubblicata la tanto attesa decisione delle Sezioni Unite in materia di applicabilità della normativa antiusura agli interessi moratori.

Questo è il principio cardine dettato dai giudici di legittimità: “La disciplina antiusura si applica agli interessi moratori, intendendo essa sanzionare la pattuizione di interessi eccessivi convenuti al momento della stipula del contratto quale corrispettivo per la concessione del denaro, ma anche la promessa di qualsiasi somma usuraria sia dovuta in relazione al contratto concluso”.

Prima di tutto, i giudici hanno ricostruito le tesi contrapposte esistenti in giurisprudenza e hanno evidenziato come la loro decisione non sia stata guidata, né dall’argomento letterale (stante la non univocità dei relativi indici), né dall’argomento storico (poiché la disciplina è mutevole ed è cambiata più volte nel tempo). Il criterio guida, invece, è stato quello della ratio del divieto di usura e delle finalità che tramite il medesimo il legislatore ha inteso perseguire.

Su tali basi le Sezioni Unite hanno ritenuto che il concetto di tasso usurario e la relativa disciplina repressiva non possano che riguardare anche gli interessi moratori, al fine di garantire al debitore una tutela più compiuta. Sarebbe incongruente imporre il rispetto di un limite in sede di pattuizione dei costi complessivi del credito e poi consentire, in caso di mancato pagamento della rata, che gli interessi applicati sfuggissero al controllo. Inoltre, una scelta diversa non sarebbe conforme ai principi di diritto pubblico riaffermati a partire dalla riforma del 1996 e alla severità del legislatore nel trattamento degli interessi usurari ex art. 1815 c.c.

Naturalmente il principio sopra enunciato ha richiesto che poi i giudici di legittimità risolvessero una serie di questioni relative alle modalità concrete di verifica del rispetto del tasso soglia da parte degli interessi moratori e alle conseguenze in caso di sforamento. Le conclusioni principali alle quali cui giungono le Sezioni Unite possono essere riepilogate come segue:

  1. La mancata indicazione, nell’ambito del T.e.g.m., degli interessi di mora mediamente applicati non preclude l’applicazione dei decreti ministeriale de quibus, ove essi ne contengano la rilevazione statistica”: secondo le Sezioni Unite, se è vero che i decreti ministeriali rilevano il tasso soglia in relazione agli interessi corrispettivi, è altrettanto vero che consentono comunque di individuare in modo analogamente oggettivo e non discrezionale l’interesse usurario per quelli moratori. Infatti, contengono anche la rilevazione media, eseguita da Banca d’Italia, dell’incremento applicato sul mercato per gli interessi moratori. Si tratta di un dato, seppure rilevato a livello statistico, obiettivo, emergente dalla realtà economica e, pertanto, può costituire l’utile indicazione oggettiva per determinare la soglia rilevante, anche se relativa ad un lasso temporale diverso dal trimestre e non sempre aggiornato a quello precedente. Sottolinea, infatti, la Suprema Corte come lo scopo sia quello di garantire che non vi siano interessi “fuori mercato”, distanti dalle medie pattuite.
  2. Da qui la formula individuata dai giudici: “e.g.m., più la maggiorazione media degli interessi moratori, il tutto moltiplicato per il coefficiente in aumento, più i punti percentuali aggiuntivi, previsti quale ulteriore tolleranza dal decreto”.
  3. Se i decreti non rechino neppure l’indicazione della maggiorazione media dei moratori, resta il termine di confronto del T.e.g.m. così come rilevato”: la rilevazione degli interessi moratori nei decreti ministeriali è stata effettuata a partire dal 2003. Per gli anni anteriori, dunque, il termine di confronto non può che essere costituito dal T.e.g.m. così come rilevato tempo per tempo.
  4. Si applica l’art. 1815, comma 2, cod. civ., ma in una lettura interpretativa che preservi il prezzo del denaro del denaro. Resta, quindi, la residua debenza di interessi dopo la risoluzione per inadempimento del contratto di finanziamento”: ove l’interesse corrispettivo sia lecito e solo gli interessi moratori abbiano superato la soglia usura, esclusivamente questi ultimi sono illeciti e vietati. Resta, pertanto, fermo quanto previsto ex art. 1224, comma 1, c.c., con la conseguente applicazione degli interessi nella misura dei corrispettivi lecitamente pattuiti. Diversamente, considerano i giudici di legittimità, si finirebbe per premiare il debitore inadempiente, rispetto a colui che invece adempia ai suoi obblighi con puntualità.
  5. Alla luce di tutto quanto precede, diverso è l’onere probatorio in tema di usura. Infatti, “Da un lato, il debitore, il quale intenda provare l’entità usuraria degli interessi, ha l’onere di dedurre il tipo contrattuale, la clausola negoziale, il tasso moratorio in concreto applicato, l’eventuale qualità di consumatore, la misura del T.e.g.m. nel periodo considerato, con gli altri elementi contenuti nel decreto ministeriale di riferimento. Dall’altro lato, è onere della controparte allegare e provare i fatti modificativi o estintivi dell’altrui diritto”.

Non si può che apprezzare la decisione qui in commento, laddove ha riconosciuto la diversità di causa e di funzione degli interessi corrispettivi e di quelli moratori, contrastando così la diversa tesi che, ove accolta, avrebbe naturalmente avuto un grave ed ingiusto impatto economico sui soggetti creditori.

L’odierno intervento delle Sezioni Unite si viene così ad aggiungere agli altri due, altrettanto rilevanti, del 2017 e del 2018 (rispettivamente in tema di usura sopravvenuta e di rilevanza della commissione di massimo scoperto nel calcolo del T.E.G.) e si confida che, analogamente a quelli, possa portare ad una concreta riduzione delle cause o quanto meno all’abbandono di tesi, che traevano la loro forza proprio dai contrasti esistenti in giurisprudenza.

Consulta l’infografica

Infografiche IusLetter_SU Usura e interessi moratori

Cass., Sez. Unite, 18 settembre 2020, n. 19597

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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