Crisi e procedure concorsuali

Le sezioni unite si pronunciano sul concordato preventivo: ecco i limiti che il tribunale ha nel valutare il requisito della fattibilità

Cass., 23 gennaio 2012, Sez. Un., n. 1521

Massima: “Il giudice ha il dovere di esercitare il controllo di legittimità sul giudizio di fattibilità della proposta di concordato, non restando questo escluso dalla attestazione del professionista, mentre resta riservata ai creditori la valutazione in ordine al merito del detto giudizio, che ha ad oggetto la probabilità di successo economico del piano ed i rischi inerenti; il controllo di legittimità del giudice si realizza facendo applicazione di un unico e medesimo parametro nelle diverse fasi di ammissibilità, revoca ed omologazione in cui si articola la procedura di concordato preventivo; il controllo di legittimità si attua verificando l’effettiva realizzabilità della causa concreta della procedura di concordato; quest’ultima, da intendere come obiettivo specifico perseguito dal procedimento, non ha contenuto fisso e predeterminabile essendo dipendente dal tipo di proposta formulata, pur se inserita nel generale quadro di riferimento, finalizzato al superamento della situazione di crisi dell’imprenditore, da un lato, e all’assicurazione di un soddisfacimento, sia pur ipoteticamente modesto e parziale, dei creditori, da un altro.” (leggi la sentenza per esteso)

In data 23 gennaio 2013 è stata depositata la sentenza con la quale le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione si sono pronunciate in merito alla questione giuridica di massima importanza rappresentata dalla delimitazione del potere del Tribunale di sindacare o meno il requisito di fattibilità del piano proposto dal debitore ai sensi dell’art. 160 l.f., il quale, come noto, può prevedere le più svariate forme di ristrutturazione dei debiti e di soddisfacimento dei creditori.

Le Sezioni Unite erano state chiamate a dirimere il contrasto esistente tra alcuni precedenti della Prima Sezione Civile relativamente ai poteri e limiti del controllo del Tribunale nell’ambito del procedimento di concordato preventivo; infatti, con ordinanza interlocutoria n. 27063 del 15/12/2011 la medesima Prima Sezione ha rimesso al Primo Presidente della Suprema Corte la valutazione sull’assegnazione alle Sezioni Unite della soluzione del contrasto emerso su detto tema con riferimento alle seguenti questioni:

– se sia sindacabile il merito della proposta di concordato e quindi la fattibilità del piano, sia in sede di giudizio di ammissione alla procedura, sia nella successiva fase del giudizio di omologazione, anche in assenza di opposizione da parte dei creditori;

– se, e in quale misura, l’eventuale non fattibilità del piano concordatario si traduca in un’impossibilità dell’oggetto del concordato;

– se in un concordato con cessione di beni sia necessaria l’indicazione della percentuale dei creditori chirografari che si prevede possano essere soddisfatti.

In relazione a tali quesiti le Sezioni Unite hanno pronunciato il seguente principio di diritto:

Il giudice ha il dovere di esercitare il controllo di legittimità sul giudizio di fattibilità della proposta di concordato, non restando questo escluso dalla attestazione del professionista, mentre resta riservata ai creditori la valutazione in ordine al merito del detto giudizio, che ha ad oggetto la probabilità di successo economico del piano ed i rischi inerenti; il controllo di legittimità del giudice si realizza facendo applicazione di un unico e medesimo parametro nelle diverse fasi di ammissibilità, revoca ed omologazione in cui si articola la procedura di concordato preventivo; il controllo di legittimità si attua verificando l’effettiva realizzabilità della causa concreta della procedura di concordato; quest’ultima, da intendere come obiettivo specifico perseguito dal procedimento, non ha contenuto fisso e predeterminabile essendo dipendente dal tipo di proposta formulata, pur se inserita nel generale quadro di riferimento, finalizzato al superamento della situazione di crisi dell’imprenditore, da un lato, e all’assicurazione di un soddisfacimento, sia pur ipoteticamente modesto e parziale, dei creditori, da un altro” (Cass. S.U. 23 gennaio 2013, n. 1521, in www.ilcaso.it).

Dalla lettura del principio di diritto surriportato sembrerebbe emergere che la Corte abbia reso una risposta sostanzialmente positiva alla prima e più importante problematica ad essa sottoposta, ancorchè la lettura della motivazione non induca a ritenere così scontata l’adesione alla tesi “pubblicistica”, secondo la quale il Tribunale potrebbe, anche in costanza delle recenti riforme dell’istituto del concordato preventivo, sindacare il merito della proposta concordataria formulata dal debitore e, nello specifico, la fattibilità del piano dallo stesso presentato ai sensi dell’art. 160 l.f..

Prima, però, di esaminare nel dettaglio le argomentazioni assunte dalla Suprema Corte, occorre dar conto delle peculiarità della fattispecie che ha dato luogo alla pronuncia qui commentata.

Infatti, l’ordinanza interlocutoria trae origine da un giudizio conclusosi con il rigetto dell’omologazione del concordato preventivo proposto dal debitore – con decisione poi confermata dalla competente Corte d’Appello – sulla base della valutazione negativa resa dal Commissario Giudiziale in merito alla fattibilità del piano proposto, nonostante l’avvenuta approvazione del concordato da parte dei creditori aventi diritto al voto.

A fronte di tale fattispecie iniziale, il caso sottoposto all’esame delle Sezioni Unite si era, per così dire, complicato a seguito del fallimento della debitrice dichiarato dal medesimo Tribunale in esito all’istanza promossa da un creditore, cui era poi succeduta l’impugnazione (rigettata) alla competente Corte d’Appello e la conseguente proposizione del ricorso per legittimità.

Attesa la connessione esistente tra i due ricorsi per cassazione promossi dalla medesima parte, le Sezioni Unite ne hanno disposto la riunione e proprio tale decisione ha offerto alla Corte il destro per enunciare alcuni importanti principi circa la “convivenza” tra il procedimento di concordato preventivo e quello prefallimentare e la latitudine dei relativi giudizi di impugnazione.

Infatti, le Sezioni Unite hanno ritenuto opportuno esaminare preliminarmente l’impugnazione relativa al fallimento, ancorché proposta successivamente, attesa la natura assorbente della decisione su tale ricorso rispetto a quella concernente il rigetto dell’omologazione del concordato preventivo.

Non a caso nell’ambito della motivazione viene citata la giurisprudenza di legittimità formatasi sulla nuova disciplina del concordato che ha affermato l’inammissibilità dell’impugnazione promossa nei confronti del decreto di rigetto della richiesta di ammissione al concordato, allorchè tale pronuncia sia inscindibilmente legata alla dichiarazione di fallimento, dovendosi, in tali casi, impugnarsi quest’ultima, facendo valere i vizi del decreto nell’ambito di detta impugnazione.

Sempre in tale prospettiva la Corte ha evidenziato come, a seguito delle riforme concernenti il concordato preventivo, non sussista più alcun criterio di prevenzione tra la procedura di concordato e quella di fallimento, essendo venuto meno l’inciso contenuto nell’art. 160 l.f., il quale consentiva all’imprenditore di proporre la domanda di concordato sino alla dichiarazione di fallimento.

L’eliminazione di tale inciso, secondo quanto affermato dalle Sezioni Unite, esclude che possa ora ritenersi sussistente il suddetto criterio di prevenzione – non ricavabile nemmeno in via di interpretativa – né, sotto altra prospettiva, può ritenersi sussistente tra le due procedure un caso di pregiudizialità necessaria, ma solo di conseguenzialità logica tra le stesse.

Alla stregua di tale principio, la Corte afferma che non è necessario che il provvedimento di rigetto dell’omologa del concordato sia passato in giudicato affinché venga dichiarato il fallimento e ribadisce la propria consolidata giurisprudenza in merito al fatto che il creditore istante il fallimento non debba necessariamente avere un titolo esecutivo definitivo.

Pur pervenendo al rigetto dell’impugnazione relativa al fallimento e, conseguentemente, alla declaratoria di inammissibilità di quella relativa al concordato – da cui originava la rimessione per la soluzione del contrasto – le Sezioni Unite sfruttano l’occasione per decidere comunque sulla questione loro sottoposta, pronunciando il principio di diritto sulla tematica prospettata ai sensi dell’art. 363, III comma, c.p.c..

In realtà, proprio l’opportunità di pronunciarsi in modo “distaccato” dalla fattispecie inizialmente loro sottoposta ha consentito alle Sezioni Unite di affermare un principio di diritto sulla base di una motivazione che ha tenuto conto anche delle più recenti modifiche legislative che hanno interessato il concordato preventivo (in particolare il D.L. 83/12, convertito in legge con modificazioni dalla Legge 134/12) e che, ovviamente, non avrebbe potuto essere oggetto di esame, risalendo la domanda di concordato preventivo all’ottobre 2008.

Le Sezioni Unite danno preliminarmente atto delle intenzioni di fondo del Legislatore quali sottese a privilegiare le esigenze di economicità delle procedure di composizione della crisi d’impresa, attribuendo maggiore rilevanza al profilo negoziale ed configurando un ruolo diverso in capo al Giudice Delegato, ora chiamato a tutelare il rispetto della legalità.

Relativamente alla più importante questione loro sottoposta le Sezioni Unite precisano che la valutazione relativa alla fattibilità del piano spetta innanzitutto alla relazione dell’attestatore, pur residuando in capo al Giudice Delegato un residuo potere di valutazione derivantegli dagli evidenti profili pubblicistici che continuano comunque a contraddistinguere la procedura di concordato preventivo (basti pensare agli effetti esdebitatori che vincolano anche i creditori dissenzienti).

E’, in tale prospettiva, individuata una definizione del criterio della fattibilità quale “prognosi circa la possibilità di realizzazione della proposta nei termini prospettati”, cui segue una distinzione tra fattibilità giuridica ed economica, essendo quest’ultima rimessa alla sola valutazione dei creditori.

E’, invece, rimessa al Giudice Delegato la decisione circa la fattibilità giuridica del concordato, la quale si concreta in un controllo diretto e che non è di secondo grado, volto, cioè, a verificare la completezza e congruità logica della relazione dell’attestatore.

Ancorchè i termini della distinzione operata dalla Corte risultino di non agevole delimitazione, uno spunto che si ricava dalla motivazione è quello volto ad affermare la legittimazione del Giudice Delegato ad intervenire, anche assumendo decisioni contrastanti con il giudizio dell’attestatore, allorchè verifichi “l’assoluta impossibilità di realizzazione” del piano sotteso alla proposta concordataria.

Sempre in tale prospettiva, uno dei primi autorevoli commenti sulla pronuncia in esame ha evidenziato come uno dei passaggi di maggiore rilevanza della motivazione sia che “la causa del concordato è “la regolazione della crisi”, attraverso il soddisfacimento dei creditori” (Fabiani, Guida rapida alla lettura di Cass. S.U. 1521/2013, in www.ilcaso.it).

Che tale sia effettivamente il cuore della decisione si ricava anche da un ulteriore passaggio, ove la Corte evidenzia che le limitazioni poste dalla procedura di concordato preventivo ai diritti costituzionalmente garantiti dei creditori “trovano concreta giustificazione (…) soltanto ove ricorrano le due seguenti condizioni: a) che lo svolgimento del procedimento avvenga nel rispetto delle indicazioni del legislatore, vale a dire consentendo ai creditori, dapprima, di votare avendo conoscenza (o avendo modo di conoscere) di tutti i dati a tal fine necessari e, quindi, di esprimere le eventuali riserve nel giudizio di omologazione; b) che la conseguente definizione si realizzi con il raggiungimento della duplice finalità perseguita con l’instaurazione della detta procedura, consistenti nel superamento della situazione di crisi dell’imprenditore (che comunque in tal modo così definisce la sua parentesi commerciale negativa), da una parte, e nel riconoscimento in favore dei creditori di una sia pur minimale consistenza del credito da essi vantato in tempi di realizzazione ragionevolmente contenuti (significativo in tal senso l’art. 181 l.f., che stabilisce un breve termine di definizione suscettibile di una solo proroga) dall’altra”.

Un ulteriore concreto elemento individuato dalla Corte al fine di valutare la fattibilità giuridica del piano è quello del “rispetto dei termini di adempimento previsti”, propria della dianzi delineata ottica di corretta prospettazione dei dati a favore dei creditori, mentre nessun potere di sindacato spetta al giudice in merito alla misura di soddisfacimento percentuale offerta a questi ultimi.

Proprio in relazione a tale aspetto la Corte ha, tra l’altro, risolto negativamente la terza questione sottopostale dall’ordinanza di remissione, escludendo che debba essere indicata la percentuale di pagamento sottoposta ai creditori nell’ambito di una procedura di concordato preventivo con cessione dei beni, fatta salva l’assunzione di una specifica obbligazione in tal senso.

A tale conclusione le Sezioni Unite pervengono anche a seguito dell’esame complessivo della normativa sulla procedura di concordato preventivo, escludendo che i poteri di intervento riconosciuti al Giudice Delegato nell’ambito delle recenti riforme dell’istituto possano comportare anche una valutazione relativa all’offerta economica sottoposta ai creditori.

(Simone Bertolotti – s.bertolotti@lascalaw.com)

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

Il Tribunale di Rimini, chiamato a pronunciarsi sull’omologa di una proposta di accordo della cris...

Crisi e procedure concorsuali

Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

Lo strano caso del credito sorto prima della pubblicazione della domanda di concordato preventivo ...

Crisi e procedure concorsuali

Omessa dichiarazione: per la punibilità del prestanome è necessario che questi persegua il dolo specifico

La cessione dei crediti costituisce una modalità anomala di estinzione dell’obbligazione e come t...

Crisi e procedure concorsuali

X