La Banca è sempre obbligata a fornire ulteriore copia del contratto di conto corrente?

Le recenti conferme della Corte d’Appello di Milano su contenzioso bancario e finanziario

“Nei contratti di mutuo, infondata è la pretesa di sommare il tasso d’interesse convenzionale al tasso di mora data l’eterogeneità della rispettiva causa in concreto”.

“Nessun anatocismo può riscontrarsi nel piano di ammortamento alla francese”.

“Non può dirsi privo di causa il contratto di interest rate option di tipo cap, dal momento che esso ha una precipua finalità di protezione del sottoscrittore”.

“Non può essere accolta la domanda di riduzione dell’ipoteca in assenza della prova positiva, specifica ed esauriente della capienza del compendio immobiliare non oggetto della richiesta di svincolo ipotecario”.

*

Questi i principi riassunti dalla Corte d’Appello di Milano nella pronuncia n. 2118/2019, avente ad oggetto plurime contestazioni inerenti, da un lato, l’asserita nullità di un contratto di mutuo fondiario a tasso variabile stipulato fra l’appellante e la Banca cliente dello Studio e, dall’altro lato, l’invalidità del collegato contratto derivato, avente tuttavia il chiaro scopo di neutralizzare gli effetti di  eventuali oscillazioni del tasso d’interesse variabile, applicato al negozio di finanziamento.

Il caso trae origine dall’interposto appello ad una sentenza del Tribunale di Monza, nella quale l’appellante aveva visto rigettate le proprie domande, ritenute infondate e prive di supporto probatorio.

La Corte d’Appello, confermando integralmente il provvedimento del giudice di prime cure, ha ritenuto di dover respingere la domanda di nullità del contratto di mutuo per violazione dell’art. 644 c.p., affermando che le clausole inerenti la determinazione degli interessi corrispettivi e moratori erano legittime, dal momento che entrambe le voci di costo risultavano pacificamente al di sotto del limite soglia previsto al momento della stipula del contratto e pari al 7,65%.

Allo scopo, nel confermare il suo costante orientamento, la Corte ha statuito che, contrariamente a quanto ritenuto dagli appellanti, la tesi della c.d. sommatoria dei tassi corrispettivi e moratori non può ritenersi conforme alla disciplina vigente, sussistendo un’evidente eterogeneità fra le due voci di costo: “la verifica non può essere effettuata cumulando semplicemente i due saggi d’interesse, dal momento che l’interesse convenzionale rappresenta il corrispettivo dovuto dalla banca per l’erogazione del mutuo, mentre quello moratorio viene applicato e calcolato nell’ipotesi, eventuale e patologica, di ritardato o mancato adempimento della prestazione dovuta tempo per tempo e, [pertanto, n.d.r.] si sostituisce agli interessi corrispettivi”. Parimenti infondata è la ritenuta usurarietà del mutuo, sul presupposto dell’inclusione degli altri oneri e spese contrattualmente previsti, dal momento che nessuna prova è stata fornita dall’appellante e la richiesta di remissione in istruttoria della causa per l’esperimento di una consulenza tecnica, non può sostituire l’onere dell’attore di dimostrare i fatti costitutivi del preteso diritto”.

Né meritevole di accoglimento è apparsa l’ulteriore doglianza secondo cui il piano di ammortamento alla francese genererebbe una sorta di anatocismo implicito. Ed invero, dice la Corte, “[la contestazione, n.d.r.]  nasce da un equivoco, poiché nell’ammortamento alla francese il sistema matematico di formazione delle rate risulta predisposto in modo che, in relazione a ciascuna rata, la quota d’interessi inserita sia calcolata non sull’intero importo mutuato, bensì di volta in volta con riferimento alla quota capitale via via decrescente per effetto del pagamento delle rate precedenti, escludendosi in tal modo che, nelle pieghe della scomposizione in rate dell’importo da restituire, gli interessi di fatto vadano determinati almeno in parte su se stessi, [generando il lamentato effetto anatocistico, n.d.r.]”.

Altrettanto immeritevoli di accoglimento sono state le doglianze relative al contratto derivato stipulato contestualmente al negozio di finanziamento. Le domande avversarie si sono mosse su due fronti.

Da un lato, ne è stata contestata la nullità per difetto forma scritta e sul punto, nel richiamare il noto principio di diritto sancito dalla Suprema Corte di Cassazione a SS.UU 898/2018, la Corte ha respinto la doglianza, dal momento che i presupposti espressi dalla nota pronuncia erano, nel caso di specie, tutti presenti: forma scritta del contratto prodotto in atti, sottoscrizione del funzionario, prova dell’avvenuta consegna dello stesso al cliente.

Dall’altro lato, l’appellante ha lamentato il difetto di causa del negozio derivato chiedendone anche in questo caso la declaratoria di nullità. Come correttamente osservato dalla Corte, nel caso di specie, il negozio svolgeva una “chiara ed inequivocabile funzione di protezione” dal rischio di variazione dell’Euribor cui era indicizzato il tasso del sottostante contratto di mutuo fondiario, con la conseguenza che il derivato non rappresentava “alcuna funzione speculativa” e, per l’effetto doveva ritenersi meritevole di tutela secondo l’ordinamento giuridico.

Infine, la Corte ha censurato l’ulteriore domanda di svincolo ipotecario, perché sfornita di prova.

Invero, dice la Corte, “non vale a fondare la levata richiesta, l’aver allegato unicamente la perizia di stima degli immobili ipotecati al momento della stipula del contratto di mutuo; l’appellante non ha mai dimostrato l’attuale valore del bene oggetto della garanzia reale e non ha provato nemmeno che i beni, diversi da quelli oggetto della richiesta di svincolo, siano capienti rispetto alla creditoria vantata dalla Banca finanziatrice”.

Alla luce di quanto sopra, per il principio di soccombenza, l’appellante è stata condannata alla refusione delle spese di lite in favore della Banca convenuta.

Corte d’Appello di Milano, 14 maggio 2019, n. 2118

Roberta Bramanti – r.bramanti@lascalaw.com

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