Ipoteca: tutto è immobile finché l’immobile rimane…immobile

Le preclusioni del contraente in bonis dopo la declaratoria di fallimento

Intervenuto il fallimento di uno dei contraenti, alla controparte in bonis non è consentito né recedere dal contratto, né agire in giudizio al fine di accertare e dichiarare la risoluzione del contratto, ancorché i presupposti, sia del primo che del secondo rimedio, si siano già compiutamente verificati anteriormente al fallimento.

Con la sentenza in commento, Il Tribunale di Torre Annunziata ha ritenuto parzialmente fondata la domanda proposta dal Curatore di un Fallimento, il quale domandava al Tribunale di dichiarare la risoluzione di un contratto preliminare di compravendita immobiliare e per l’effetto la restituzione dell’ingente caparra confirmatoria versata.

Il convenuto ha eccepito l’inesistenza del credito del Fallimento sul presupposto di non aver mai ricevuto la suddetta somma, ed inoltre ha domandato al Giudice di accertare e dichiarare il grave inadempimento delle obbligazioni contrattuali da parte dell’attore in bonis.

In particolare di accertare e dichiarare la legittimità del recesso esercitato dallo stesso convenuto con la lettera di riscontro alla richiesta di restituzione della caparra formulata dal Curatore in via stragiudiziale. Recesso, pertanto, esercitato dopo la dichiarazione di fallimento.

Al riguardo, il Tribunale ha ribadito il principio per cui in caso di fallimento i contratti in corso di esecuzione non possono essere risolti per iniziativa del contraente in bonis, il quale è privo del potere di incidere sulla sorte del contratto pendente. Del resto, è lo stesso art. 72 co., 6, l.f. che dispone che l’eventuale clausola risolutoria appositamente prevista è inefficace.

Altresì è noto che non è possibile introdurre un’azione giudiziale per la risoluzione una volta che sia stato dichiarato il fallimento, così come il recesso previsto all’art. 1385 c.c. può produrre i suoi effetti solo se verificatosi prima del fallimento.

Alla stregua di questi principi, il Tribunale ha affermato che nel caso di specie non poteva ritenersi legittimo, efficace ed opponibile al Fallimento il recesso esercitato dal convenuto successivamente alla dichiarazione di fallimento del promissario acquirente.

Ancora, il Giudice ha ritenuto infondata anche la domanda con la quale il convenuto ha chiesto di accertare e dichiarare la risoluzione del contratto per inadempimento in quanto, per costante orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., 9 dicembre 1982, n. 6713), intervenuto il fallimento del contraente inadempiente, l’altro contraente non può più proporre l’azione di risoluzione contro la Curatela con effetti nei confronti della massa, ancorché venga fatto valere un pregresso inadempimento del fallito.

Inoltre, il fallimento, preclude anche la possibilità di configurare un inadempimento del Curatore, atteso che l’art. 72 l.f. prevede la sospensione del contratto (ineseguito o non compiutamente eseguito da entrambe le parti) fino a quando quest’ultimo non dichiari di subentrare in luogo del fallito ovvero di sciogliersi dal contratto e, d’altro lato, prevede la possibilità per la controparte di mettere in mora il Curatore, facendogli assegnare dal Giudice Delegato un termine di sessanta giorni, decorso il quale il contratto si intende sciolto (cfr. Cass. 15 febbraio 2011, n. 3728).

Tuttavia, il Tribunale campano non ha accolto pienamente la domanda proposta dalla Curatela, in quanto quest’ultima non ha sufficientemente provato l’esistenza del credito e la corresponsione della somma di cui domandava la restituzione.

Tribunale di Torre Annunziata, 29 aprile 2017, n. 1235

Luca Scaccaglia – l.scaccaglia@lascalaw.com

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