Collegio Sindacale: non indugiare, agisci!

“Le opzioni “put” parasociali a prezzo fisso e il patto leonino

Il tema attorno al quale verte la pronuncia del Tribunale di Firenze, Sez. Impr. del 16 luglio 2015, ancorché non costituisca una novità in ambito giurisprudenziale, si conferma essere comunque un tema di grande attualità ed interesse. Trattasi del rapporto tra le opzioni “put” parasociali a prezzo fisso e il divieto di patto leonino di cui all’art. 2265 Cod. Civ.

Nel caso di specie, tale questione veniva sollevata da due soci, i quali, a seguito di esercizio di un’opzione “put” da parte del terzo socio – in conformità con le disposizioni contenute in un apposito accordo di investimento tra gli stessi sottoscritto – non pagavano il relativo corrispettivo (già predeterminato nel citato accordo) e, una volta, ricevuta l’ingiunzione di pagamento, proponevano opposizione eccependo l’invalidità di detta opzione, proprio perché contraria al disposto contenuto nell’art. 2265 Cod. Civ. Questi, eccepivano infatti come la predeterminazione del corrispettivo dell’opzione in misura fissa, fosse tale da escludere per il socio opzionario l’esclusione delle perdite subite dalla società in pendenza del termine di opzione.

Sul punto, occorre sin da subito precisare che benché, in prima battuta, una siffatta eccezione sembri trovare piena giustificazione nei dettami legislativi, secondo dottrina e giurisprudenza maggioritaria, in realtà, potrebbe anche non esserlo – (come ha ritenuto il Tribunale di Firenze, nel caso allo stesso sottoposto) – alla luce del contesto nel quale si inserisce un meccanismo come quello sopra rappresentato.

Invero, un orientamento ormai largamente condiviso ammette l’esistenza di patti “oggettivamente leonini”, ma non invalidi, in virtù dell’esistenza di un supremo interesse sociale meritevole di tutela che ne giustificherebbe la sostanza. Secondo tale orientamento, quindi, ai fini della valutazione di un patto parasociale con opzione “put” a prezzo fisso, come indirettamente illecito per frode leonina, dovrebbero ricorrere congiuntamente due requisiti: quello oggettivo e sostanziale dell’esclusione totale e costante dai risultati sociali e il requisito funzionale circa l’assenza di un interesse (della società) meritevole di tutela, per tale intendendosi un interesse connesso al buon andamento dell’impresa.

Sulla scorta di tali principi, i giudici fiorentini, ritenendo – da un lato –  che non fosse ravvisabile il requisito della “costanza” nell’esclusione, e – dall’altro lato – che la funzione del patto di opzione “put” contenuta nell’accordo di investimento fosse quello di bilanciare, sul piano del rapporto sinallagmatico, l’obbligazione dell’opzionato di finanziare la società in relazione all’ammontare della quota di capitale che intendeva acquistare, hanno rigettato l’opposizione e confermato il decreto ingiuntivo emesso a carico dei due soci opzionati.

Trib. Firenze, Sez. Imprese, 16 luglio 2015

Giada Salvinig.salvini@lascalaw.com

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

Il Tribunale di Roma, Sezione XVI, specializzata in materia d’impresa, con sentenza depositata in ...

Corporate

Collegio Sindacale: non indugiare, agisci!

Il Tribunale di Roma - in sede di ricorso cautelare ex art. 2378, comma 3, c.c., prima e in sede di ...

Corporate

A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Il Tribunale di Milano si è trovato a dover affrontare lo strano caso di un creditore che aggrediva...

Corporate

X