L’avvocato, se vuole essere pagato, ha l’obbligo di informare esaustivamente il proprio assistito

Il legale ha l’onere di dimostrare di aver esaustivamente informato il proprio assistito del probabile esito negativo del giudizio proposto, non essendo sufficiente l’inserimento nella notula della voce “consultazioni con il cliente”.

Così ha stabilito la Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 22042/19, depositata il 3 settembre scorso.

Un avvocato aveva convenuto in giudizio i propri assistiti per ottenere il riconoscimento dei propri onorari per l’attività professionale prestata in loro favore: su mandato dei propri clienti, egli aveva promosso domanda giudiziale volta ad ottenere il risarcimento del danno dallo Stato italiano (ai sensi della Direttiva 2004/80/CE sulle vittime di reato); tale azione, tuttavia, non trovava accoglimento. Il Giudice di prime cure aveva rigettato la domanda dell’avvocato a causa della “violazione del dovere di informazione” di quest’ultimo ai propri clienti circa l’esito quasi sicuramente negativo della domanda giudiziale proposta; il Tribunale condannava il legale ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c., per non essersi neppure presentato a rendere l’interpello. Tale decisione veniva integralmente confermata dalla Corte d’Appello.

L’avvocato quindi ricorre in Cassazione poiché, a suo giudizio, la Corte d’Appello non avrebbe considerato le seguenti circostanze: che la prestazione di patrocinio resa dall’avvocato a favore del cliente è un’obbligazione di mezzi e non di risultato, sicché non può farsi carico al professionista dell’esito non favorevole della lite; che egli aveva rinunciato in corso di causa al mandato, stante il rifiuto dei suoi clienti di corrispondergli il compenso; che aveva fornito la prova di aver informato i propri assistiti circa i rischi di soccombenza e le possibilità di vittoria della causa, come comprovato dalla voce “consultazioni con il cliente” indicata nelle note specifiche prodotte in atti e in una serie di lettere da lui inviate; che aveva avviato la causa con il consenso dei propri assistiti.

La posizione della Corte, tuttavia, non si discosta dalla pronuncia impugnata. Il Supremo Collegio ha infatti confermato la decisione di merito asserendo che il legale non aveva dimostrato di aver esaustivamente informato il proprio assistito in merito all’esito sicuramente negativo del giudizio di risarcimento proposto nei confronti dello Stato italiano. Di certo l’onere probatorio non può essere ritenuto soddisfatto, come asserito dal ricorrente, stante l’inserimento nella notula pro forma della voce “consultazioni con il cliente” essendo necessario dimostrare specificamente la corretta informativa.

La Corte spiega che “la presenza della voce sopra indicata nella parcella, cioè in un atto formato dallo stesso professionista, nulla dice sul contenuto della consultazione tra avvocato e cliente; il richiamo alle lettere inviate dal legale ai propri clienti è del tutto generico, mancando della specificità necessaria al fine di dimostrare che tali missive avrebbero assolto l’obbligo di informazione nella misura idonea alla causa intrapresa, atteso che di esse non viene fornito, nemmeno in forma riassuntiva, il contenuto”.

Riguardo poi la condanna  dell’avvocato per la lite temeraria, la Cassazione ha ribadito che la condanna ai sensi dell’art. 96, terzo comma, codice di rito ha due finalità: “una volta a tutelare l’interesse pubblicistico correlato a una pronta e sollecita definizione dei giudizi e l’altra tesa a sanzionare la violazione dei doveri di lealtà e probità sanciti, di cui all’art. 88 codice di rito, realizzati attraverso un vero e proprio abuso della potestas agendi con una utilizzazione del potere di promuovere la lite con conseguente produzione di effetti pregiudizievoli per la controparte”.

Pertanto, conclude la Corte, “non è necessario fornire la prova del danno ma è sufficiente dimostrare la consapevolezza dell’infondatezza della domanda o la colpa grave intesa come carenza dell’ordinaria diligenza volta all’acquisizione di detta consapevolezza”.

Cass., Sez. II Civ., 3 settembre 2019, ordinanza n. 22042

Valeria Bano – v.bano@lascalaw.com

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