La parte deve partecipare personalmente alla mediazione

L’assegno mal negoziato non dev’essere mediato

Non può parlarsi di “contratti bancari”, allorché un istituto di credito venga convenuto in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni patiti a causa del comportamento asseritamente illegittimo, tenuto nella negoziazione di un assegno falsificato. Ne consegue che, in tale ipotesi, lo svolgimento del tentativo di mediazione non costituisce condizione di procedibilità della domanda.

Questo è quanto statuito recentemente dalla Suprema Corte, con riferimento ad un caso in cui una banca era stata chiamata in giudizio dal beneficiario di un assegno non trasferibile, per avere la stessa pagato male il titolo di credito (ossia in favore di soggetto diverso, a seguito di una truffa).

Nella fattispecie sottoposta all’esame dei giudici di legittimità, il Tribunale di Milano, in qualità giudice di appello, aveva rilevato che l’art. 5, comma 1 bis, del decreto legislativo n. 28 del 2010 non indica genericamente la materia bancaria quale oggetto di mediazione obbligatoria, ma puntualizza che la mediazione è obbligatoria per la specifica materia dei “contratti bancari”. Per tale ragione, il tribunale milanese aveva rigettato l’eccezione di improcedibilità della domanda, per mancato esperimento della mediazione obbligatoria, osservando che la violazione imputata all’istituto di credito trae la sua origine direttamente nella legge e, più precisamente, nell’art. 43 L.A.

Tale decisione è stata confermata dalla Suprema Corte, la quale ha asserito che “Non può infatti ritenersi che la fattispecie concretamente in esame rientri nell’ambito dei “contratti bancari” presi in considerazione dalla norma del Decreto Legislativo n. 28 del 2010, articolo 5, comma 1 (nella versione introdotta dal Decreto Legge n. 69 del 2013, art. 84, comma 1, lettera b, conv. nella L. n. 98 del 2013). L’assegno rientra propriamente nel novero dei servizi di pagamento, secondo quanto previsto dal Decreto Legislativo 27 gennaio 2010, n. 11, articolo 2, lettera g), con disposizione che in sé stessa prescinde dal carattere “bancario” del soggetto che venga a prestare il relativo servizio. D’altronde la stessa convenzione di assegno, se può anche trovarsi inserita nel corpo di “contratti bancari”, mantiene pur sempre una sua propria autonomia, sia sotto il versante funzionale, che sotto quello strutturale.

Cass., Sez. VI, Ord., 20 maggio 2020, n. 9204

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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