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L’anno nero di Facebook (in Italia)

Alcune pronunce stanno accerchiano il colosso di Menlo Park, dalla sanzione di 7 milioni di euro comminata dall’AGCM per pratica scorretta a danno degli utenti (provvedimento del 9 febbraio 2021) alla pronuncia che ha smascherano la presunta gratuità dei suoi servizi (Cons. Stato n. 2631 del 29 marzo 2021).

Ultima della serie e la sentenza di appello in commento (link in calce) con cui Facebook è stata condannata a pagare oltre 3,5 Mln di euro decuplicando il danno già liquidato in primo grado.

Il fatto

Sulle pagine di questa rivista ci ritrovammo poco più di un anno fa a commentare il caso Faround (qui). Un’app sviluppata da un’azienda indipendente della provincia di Milano – Business Competence S.r.l. – per la promozione di inserzionisti in prossimità dell’utente e contraffatta da Facebook con un prodotto integrato denominato Nearby.

Avevamo lasciato le parti in fase di appello sull’accertamento del plagio (sentenza non definitiva in quanto impugnata in Cassazione), conclusosi per il momento a favore dello sviluppatore meneghino, avendo rinviato il giudice di primo grado con ordinanza le parti a proseguire il giudizio sulla quantificazione economica del danno.

A tale proposito, il Tribunale di Milano aveva in primo grado, accertato il plagio, ravvisato un danno a carico di Business Competence di 350.000 euro. Cifra ottenuta in via equitativa dal giudice ribassando la cifra più cautelativa indicata dal CTU (1.614.000) in considerazione di valutazioni autonome (e legittime, beninteso) svolte dal collegio in ordine allo stato di avanzamento di Faround e al presunto suo ciclo vita di massimo due anni (il che esclude un apprezzabile terminal value).

Il grado di appello

In replica alla quantificazione del danno ritenuto eccessivamente basso, Business Competence ha impugnato la sentenza di primo grado ritenendo – sostanzialmente – che il giudice avrebbe dovuto: (i) tenere in considerazione i vantaggi indiretti conseguiti da Facebook con il deploy dell’app Nearby; (ii) liquidare anche il danno da lucro cessante, ancorché non oggettivamente determinabile; (iii) apprezzare in modo considerevole il terminal value.

Il giudice dell’appello ha accolto le doglianze e ha riformato la sentenza di prime cure ritenendo che, proprio gli elementi non considerati dal Tribunale – una volta reintrodotti come corretti parametri che dovrebbero concorrere alla determinazione del danno –, logicamente impongono di compiere una rivalutazione in aumento dell’importo.

L’importanza della CTU

Tutta la causa, una volta accertato l’an, si svolge sulla valutazione del danno che, per il tecnicismo che implica, si risolve in un sostanziale appiattimento della decisione sulle risultanze del consulente d’ufficio.

Il giudice, una volta ravvisato che non sussistono ragioni per ritenere erronei gli argomenti esposti nella relazione del CTU, ha semplicemente applicato l’importo da questo indicato come ipotesi mediana e ha condannato Facebook a pagare 3.831.000.

Per tale ragione, difficilmente questa decisione sarà oggetto di riforma in Cassazione (salvo ovviamente che non siano sconfessate le corti di merito sul plagio) essendo la sentenza insindacabile in ordine alle valutazioni equitative dei giudici territoriali.

Corte d’App. Milano, 5 gennaio 2021, n. 9

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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