Contenzioso finanziario

L’ammissibilità della prova testimoniale e della sussistenza del nesso eziologico tra danno patrimoniale ed inadempimento contrattuali nei giudizi di responsabilità degli intermediari finanziari

Come noto, nei giudizi aventi ad oggetto il risarcimento del danno patrimoniale derivante dalle perdite subite da parte degli investitori, gravano sull’intermediario finanziario, numerosi oneri probatori in ordine all’esatto adempimento degli obblighi informativi previsti dalla normativa e regolamentare di settore.

La prova in ordine all’esatto assolvimento dei predetti obblighi, risulta – o meglio risultava essere – fortemente pregiudicata dalla scarsa ammissibilità e/o rilevanza che la giurisprudenza di merito attribuiva alla testimonianza del dipendente della Banca, che aveva raccolto l’ordine del proprio cliente e, dunque provveduto alla verifica della corrispondenza tra il titolo che si accingeva ad acquistare e il profilo di rischio dello stesso.
Quanto sopra in considerazione del presunto interesse in causa del dipendente della Banca citata in giudizio dal risparmiatore.

L’inversione di tendenza è segnata da un recente sentenza del Tribunale di Milano (15 luglio 2011) che ha statuito il seguente principio “il dipendente della banca che ha dato corso ad un’operazione oggetto di contestazione da parte dell’investitore ha un interesse riflesso e di mero fatto all’esito della causa. Ne consegue che il medesimo non può essere ritenuto incapace a testimoniare, benché la sua eventuale testimonianza dovrà essere valutata sulla base di elementi oggettivi, e soggettivi anche alla luce del ruolo svolto e della sua personalità”.

Ancora più di recente il Tribunale di Torino (16 gennaio 2012) ha posto alla base della propria decisione la testimonianza del promotore finanziario, riportandone ampi stralci nella parte motivazionale.
Quest’ultimo aveva, infatti, dichiarato di conoscere perfettamente l’investitore e di ricordarsi come lo stesso fosse alla ricerca di rendimenti elevati; il Giudicante ha ritenuto le risultanze della testimonianza del promotore, univoche e non contestate (alla luce anche delle risultanze documentali), ed idonee a dimostrare il corretto assolvimento degli obblighi informativi da parte della Banca.

Le citate sentenze hanno il pregio di dare rilevanza anche alla prova, che grava in capo all’attore, della sussistenza del nesso eziologico tra il danno asseritamente subito ed il presunto comportamento omissivo dell’intermediario, ovverosia il fatto che l’investitore deve dimostrare che, a fronte di una più completa ed esaustiva informativa, si sarebbe astenuto dal compiere l’operazione contestata.

Entrambe le sentenze precisano che, è sì sufficiente che l’attore alleghi l’inadempimento, ma deve, altresì, provare il nesso di casualità tra il lamentato danno e il presunto inadempimento.
In particolare, la sentenza del Tribunale di Torino, ha statuito che – considerata la pregressa operatività dell’attore – “anche qualora avesse ricevuto maggiori informazioni in ordine alle caratteristiche dei titoli e, soprattutto, alla emittente, li avrebbe acquistati egualmente, giacchè paiono corrispondere al suo profilo di rischio ed ai suoi obiettivi di investimento”.

Principi che, coordinati con quanto statuito dalla Corte di Appello di Napoli (7 luglio 2011), che ha ritenuto essere specifico onere dell’attore indicare il proprio reale profilo d’investitore (ad esempio specificando il proprio titolo di studi, la propria situazione patrimoniale, etc…), possono in qualche modo porre un freno alle richieste di risarcimento formulate agli intermediari finanziari.

(Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com)
 

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