Accertamento dell’insolvenza: fatti diversi…sentenza diversa!

L’amministratore di fatto risponde di bancarotta solo in caso di accertata gestione continuativa

Non è sufficiente il rilascio di una procura institoria generale per provare la repsonsabilità per il reato di bancarotta fraudoilenta in capo all’amministratore di fatto, ma occorre un esercizio continuativo e non occasionale delle funzioni gestorie tipiche dell’attività di amministratore

Corte di Cassazione, V Sezione Penale, sentenza n. 547 del 5 Gennaio 2017

La Corte d’appello di Catanzaro in accoglimento dei motivi di doglianza degli imputati ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado del Tribunale di Cosenza che li aveva ritenuti responsabili del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione per aver distratto dalla massa fallimentare della società, in concorso tra loro, il primo in qualità di amministratore di diritto e il secondo quale amministratore di fatto e procuratore speciale della fallita un considerevole importo di denaro nonché beni della società.

Ricorreva in cassazione la difesa dell’amministratore di fatto chiedendo l’annullamento, con o senza rinvio della sentenza adducendo otto motivi di ricorso.

Meritevole di considerazione appariva il secondo motivo di doglianza con cui il ricorrente adduceva vizio di motivazione in ordine alle prove della condotta da lui tenuta come amministratore di fatto, poiché la Corte di appello lo aveva ritenuto responsabile delle fattispecie delittuose a lui attribuite in virtù della mera esistenza in atti di una procura speciale che lo nominava institore e in difetto di un’attenta e precisa indagine che ne accertasse l’effettiva condotta di gestione della fallita.

La Corte ha ritenuto di dover accogliere tale motivo considerando come la Corte territoriale si sia limitata ad avallare supinamente la decisione del giudice di prime cure sulla base di una considerazione manifestamente illogica e insufficiente, ossia l’esistenza di una procura speciale a favore dell’amministratore di fatto rilasciata, peraltro, a ridosso del fallimento, in totale assenza di qualsiasi accertamento circa l’effettivo coinvolgimento del ricorrente nell’attività di gestione.

Secondo il supremo Collegio “… è ben noto infatti che per la configurabilità della veste di amministratore di fatto in capo ad un soggetto occorre l’esercizio, continuativo e non occasionale, da parte sua di funzioni riservate alla competenza tipica degli amministratori di diritto e il godimento di una autonomia decisionale.

A tal proposito questa Corte ha avuto modo di precisare che la configurazione nell’art. 2639 cod. civ. della nozione di amministratore di fatto come colui che esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione è suscettibile di applicazione anche in riferimento ai reati fallimentari.”

Sussistendo, dunque, il vizio di motivazione lamentato, ha annullato la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra Sezione della Corte di appello di Catanzaro.

Fabrizio Manganiellof.manganiello@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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