La sentenza Lexitor non sposta i termini della decisione

L’amministratore non esecutivo risponde di bancarotta solo se consapevole delle condotte distrattive

Ai fini della responsabilità penale dell’amministratore privo di delega di cui al reato di bancarotta fraudolenta, non è sufficiente la oggettiva presenza di dati da cui desumere un evento pregiudizievole per la società o almeno il rischio della verifica di detto evento, ma è necessario che egli ne sia concretamente venuto a conoscenza ed abbia volontariamente omesso di attivarsi per scongiurarlo.

Secondo l’impostazione accusatoria – accolta dai giudici di merito – la vicenda in esame avrebbe avuto ad oggetto una sorta di “frode carosello” realizzata mediante la vendita circolare di un software gestionale, organizzata dai vertici della fallita per incrementarne l’apparente fatturato, per poi ottenere maggiore credito dal sistema bancario e per costituire, infine, una provvista che veniva distratta verso società e conti esteri o per effettuare investimenti immobiliari.

In particolare, il meccanismo fraudolento consisteva nella costituzione di un primo livello di società per lo più non operative, cui veniva ceduto il software emettendo le relative fatture e ricevute bancarie che consentivano lo sconto presso il sistema bancario del credito acquisito. A questo punto, le società acquirenti rivendevano il software ad altre ed analoghe società di secondo livello, le quali ne corrispondevano il prezzo solo dopo aver ricevuto, dalla medesima società fallita, la necessaria provvista e a loro volta lo rivendevano alla fallita completando il circuito fraudolento (consistito nella contabilizzazione di costi fittizi).

Avverso la sentenza della corte di merito, venivano proposti ricorsi per Cassazione, il cui punto più interessante atteneva ai profili di responsabilità degli amministratori privi di deleghe e non operativi. Infatti, gli imputati lamentavano la circostanza per cui le sentenze di merito non avrebbero considerato il fatto che lo stesso Curatore fallimentare avesse escluso la conoscenza, da parte degli amministratori privi di deleghe, dei segnali in merito alla natura fittizia delle vendite di software.

La Cassazione, accogliendo parzialmente i ricorsi, ha ritenuto errate le decisioni dei giudici di merito che, a sostegno della responsabilità degli imputati, avevano evidenziato la presenza di consistenti segnali d’allarme rivelatori dell’anomala gestione della società, sia con riguardo alla costituzione del circuito commerciale fittizio, che in ordine al considerevole ammontare dei pagamenti effettuati verso fantomatici fornitori stranieri.

A sostegno della propria tesi, la Suprema Corte ha sottolineato come la giurisprudenza di legittimità in materia abbia spesso affermato che, ai fini della responsabilità penale dell’amministratore privo di delega per fatti di bancarotta fraudolenta, sia richiesto al giudice di merito, qualora non sussista la prova che l’amministratore abbia acquisito diretta conoscenza delle condotte penalmente rilevanti, l’accertamento della percezione da parte del medesimo dei sintomi dell’illecito, anche se certamente desumibile dal grado di anormalità di questi ultimi.

Ne consegue il principio per cui sussiste il dolo dell’amministratore privo di delega solo nel caso in cui egli sia concretamente venuto a conoscenza di dati da cui potesse desumersi un evento pregiudizievole per la società, o almeno il rischio che un siffatto evento si verificasse, ed abbia volontariamente omesso di attivarsi per scongiurarlo.

In conclusione, secondo la sentenza in esame è necessaria l’effettiva conoscenza del “segnale di allarme”, non già la mera conoscibilità, per sostenere il dolo eventuale più volte invocato nella giurisprudenza come parametro minimo per la riferibilità di quell’evento pregiudizievole al soggetto attivo del reato. Occorre, dunque, che il dato indicativo del rischio di verificazione dell’evento stesso non sia stato soltanto conosciuto, ma è invece necessario che l’amministratore lo abbia in effetti interpretato come fatto potenzialmente dannoso, e non di meno sia rimasto deliberatamente inerte.

Cass., V Sez. Pen., 7 aprile 2016, n. 14045 (leggi la sentenza)

Fabrizio Manganiellof.manganiello@lascalaw.com

Davide Manzod.manzo@lascalaw.com

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