L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

L’amministratore che dorme non piglia pesci!

La Cassazione ha affrontato il caso di un amministratore di una società a responsabilità limitata che, passati oltre 4 anni dalla cessazione dell’incarico, aveva chiesto il pagamento dei propri compensi come stabiliti da una clausola statutaria.

Come noto, infatti, lo statuto sociale può prevedere a priori il compenso spettante agli amministratori della società. Tale possibilità è espressamente prevista con riferimento alla società per azioni dall’art. 2364, 1° comma, n. 3, c.c., ma si reputa pacificamente applicabile anche alle società a responsabilità limitata.

Ad ogni modo, la giurisprudenza, nonostante abbia sempre ribadito che la carica di amministratore si presume onerosa, ha anche evidenziato che il compenso è legittimamente disponibile da parte dell’amministratore, il quale può rinunciarvi anche tacitamente purché in maniera non equivoca.

Sino ad oggi, l’orientamento maggioritario aveva sempre sostenuto che il comportamento omissivo dell’amministratore il quale non formulava alcuna richiesta di pagamento alla società non era elemento sufficiente a ritenere che fosse intervenuta una rinuncia tacita a ricevere il corrispettivo per la carica rivestita. Un tale comportamento omissivo veniva, infatti, considerato tutt’altro che inequivoco ma, anzi, particolarmente ambiguo (Cass. 3 ottobre 2018 n. 24139 e Cass., 24 settembre 2007, n.19697).

Con la sentenza in commento, invece la Corte, acclarato che l’incarico di amministratore si era svolto per un arco temporale assai consistente, oltre quattordici anni, e che erano trascorsi oltre quattro anni dalla cessazione dalla carica prima che la liquidazione del compenso fosse sollecitata per la prima volta dall’amministratore cessato, ha stabilito, in decisa rottura con l’orientamento precedente, di avvallare l’accertamento nel merito svolto dalla Corte d’Appello di Cagliari, Sezione distaccata di Sassari, che richiamando “canoni di ragionevolezza ed alla luce della buona fede nello svolgimento del rapporto” ha ritenuto “la condotta tenuta come rinuncia tacita”.

La sentenza, tuttavia, non appare condivisibile sotto due diversi profili.

Innanzitutto, la rinuncia tacita al compenso sembra configurabile quando manchi una pattuizione in merito tra amministratore e società ovvero quando né lo statuto né l’assemblea dei soci, con la delibera di nomina o in separata sede ai sensi dell’art. 2389 c.c., abbiano previsto un compenso per l’amministratore.

Inoltre, la decisone di riconoscere che la mancata richiesta del pagamento del compenso per un periodo inferiore a cinque anni dalla data di cessazione della carica costituisca condotta idonea a configurare una rinuncia tacita a tale compenso si pone in forte contrasto anche con la giurisprudenza della Corte di Cassazione secondo la quale il diritto dell’amministratore al compenso si prescrive trascorsi 5 anni dalla data di cessazione dall’incarico, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 2949, 1° comma, c.c. (Cass., 5 luglio 2016, n. 13686).

D’altronde fu proprio la giurisprudenza di legittimità ad evidenziare che “quanto al ritardo con il quale controparte ha rivendicato il compenso, non si tratta di elemento decisivo, atteso che, secondo un orientamento consolidato della Corte, un certo ritardo nell’azionare un proprio diritto, nei limiti della prescrizione dello stesso, non è indice della volontà di avervi rinunciato” (Cass., 24 settembre 2007, n. 19697).

Cass., Ord., 12 settembre 2019 n. 22802

Fabio Dalmasso – f.dalmasso@lascalaw.com

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