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La volontà nascosta: imprescrittibilità dell’azione di simulazione

L’azione di simulazione relativa, diretta ad ottenere l’accertamento della nullità del negozio dissimulato, non è soggetta all’ordinario termine di prescrizione, come accade nel caso della simulazione assoluta.

Un negozio giuridico si considera simulato quando le parti lo hanno posto in essere in modo soltanto apparente, con l’accordo che lo stesso non produca effetto tra le stesse o ne produca di diversi. Nel primo caso, integrante l’ipotesi in cui le parti non intendano modificare in alcun modo la loro sfera giuridica soggettiva (come nel caso in cui due soggetti si accordino per simulare una compravendita al fine di sottrarre un bene del debitore alle pretese dei creditori di quest’ultimo) si parla di simulazione assoluta. Nel secondo, il negozio simulato viene invece utilizzato per mascherare l’esistenza di un contratto sottostante di diversa natura (il c.d. negozio dissimulato). Tale ulteriore fattispecie, in cui predomina l’esistenza di una volontà giuridica in capo alle parti (seppur diversa da quella manifestata all’esterno) viene quindi definita simulazione relativa.

La differenza tra le due ipotesi riveste un’importanza fondamentale in tema di prescrizione dell’azione volta a veder dichiarata l’attività simulatoria: in caso di simulazione assoluta, la relativa azione non è soggetta a prescrizione; in caso di simulazione relativa, si applica l’ordinario termine di prescrizione decennale o quello diversamente previsto per il diritto oggetto del contratto dissimulato.

Con la recente ordinanza n. 125/19 la Corte di Cassazione ha avuto modo di chiarire ulteriormente quali siano gli elementi distintivi delle due differenti tipologie di simulazione, censurando un’errata pronuncia della Corte d’appello di Bologna. Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, la parte convenuta in giudizio veniva accusata di aver simulato un negozio di compravendita per dissimulare una donazione, al fine di evitare gli inconvenienti tipici connessi alla caduta in successione dei beni donati. Parte attrice sosteneva quindi la necessità di dichiarare nullo sia il negozio di compravendita sia l’eventuale donazione sottostante, in quanto carente dei requisiti di forma necessari previsti dalla legge.

Il Tribunale di Bologna prima e la Corte d’appello poi, rigettavano univocamente le domande attoree sostenendo che l’azione – qualificata come di simulazione relativa – si era nel frattempo prescritta nell’ordinario termine decennale.

La Suprema Corte, adita dagli attori soccombenti, ha ricordato tuttavia come il discrimine tra azione di simulazione assoluta e di simulazione relativa in senso proprio è costituito dal fatto che con la prima si mira soltanto a far dichiarare l’inesistenza di qualsiasi mutamento della realtà giuridica preesistente al negozio simulato; con la seconda, invece, si tende a far emergere il reale mutamento di detta realtà voluto dalle parti in luogo di quello apparentemente posto in essere, in modo e al fine di potersene in qualche modo avvantaggiare. Di conseguenza, solo in quest’ultimo caso deve parlarsi di prescrizione, peraltro con esclusivo riferimento ai diritti nascenti dal negozio dissimulato.

Nel caso di specie, pur prospettandosi l’esistenza di un negozio dissimulato sotto quello apparente, parte attrice ne sosteneva la radicale nullità, dato che la donazione dissimulata non presentava i requisiti di forma ad substantiam previsti dall’ordinamento. L’azione non poteva quindi essere tesa a far valere una simulazione relativa, poiché nessuna pretesa viene accampata sulla base del negozio dissimulato del quale, anzi, si invocava la nullità, e non soggetta, perciò, a prescrizione.

Cass., Sez. II Civ., 7 gennaio 2019, ordinanza n. 125

Valentina Zamberlan – v.zamberlan@lascalaw.com

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