Mario Valentino vs. Valentino

La videosorveglianza del lavoratore e i limiti del trattamento

Fino a che punto si possono collocare videocamere sul luogo di lavoro, ed entro quali limiti è ammesso sorvegliare le prestazioni del dipendente?

Il fatto

Nel maggio del 2016 l’esercente di un negozio al dettaglio installava degli impianti video all’interno dei propri locali senza aver prima raggiunto un accordo con le rappresentanze sindacali o con l’Ispettorato del Lavoro competente come previsto dall’art. 4 dello Statuo dei Lavoratori (L. 300/78, di seguito, lo Statuto).

Per tale omissione, nel 2019 il tribunale penale di Viterbo ha riconosciuto il titolare colpevole del reato di cui agli artt. 38 e 4 dello Statuto e comminava una sanzione di Euro 200,00[1].

L’esercente ha proposto quindi ricorso in Cassazione la quale, in accoglimento, ha rinviato il giudizio al giudice del merito perché accerti la sussistenza dei presupposti del reato. La Corte, infatti, in apparente contrasto con il dato letterale della norma sopra richiamata, ha escluso che la RSA o l’Ispettorato debbano sempre e comunque essere coinvolti e ha ritenuto che, al ricorrere di determinate circostanze, l’installazione delle telecamere sia legittima anche se compiuta senza un confronto di carattere sindacale.

L’art. 4 dello Statuo dei Lavoratori

A differenza della precedente, la nuova versione dell’art. 4 dello Statuo, come modificato nel 2016 (prima dall’art. 23.1 del D.Lgs. 151/2016 e poi dall’art. 5.2 del D.Lgs. 185/2016), consente al datore di lavoro di predisporre apparecchi di videosorveglianza – dai quali possa anche derivare la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori – per «esigenze di tutela del patrimonio aziendale», purché, come accennato, sia previamente raggiunto un accordo con la RSA o l’Ispettorato[2].

Fermo restando quanto precede, è importante sottolineare che «ai fini dell’operatività del divieto di utilizzo di apparecchiature per il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori è necessario che il controllo riguardi (direttamente o indirettamente) l’attività lavorativa, mentre devono certamente ritenersi fuori dall’ambito di applicazione della norma i controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore (i cc.dd. controlli difensivi)» (Cass. 8042/06 e 8388/2002).

In altri termini, il datore di lavoro può utilizzare un sistema di videosorveglianza – anche laddove questo si risolva in un potenziale o effettivo controllo a distanza della prestazione lavorativa del dipendente – qualora lo faccia al fine di accertare condotte illecite. In tali casi il controllo compiuto dal datore di lavoro ha carattere difensivo, e si chiama per l’appunto: controllo difensivo.

Quale tutela per il dipendente?

Le norme di cui agli artt. 4 e 38 dello Statuto tutelano, a ben vedere, la riservatezza del lavoratore nello svolgimento della sua attività, ma tale tutela non si spinge fino a comprimere il diritto del datore di lavoro alla tutela del suo patrimonio.

È operato quindi un bilanciamento di interessi: riservatezza e dignità del lavoratore da un lato, proprietà privata dall’altro.

In termini pratici, ciò vuol dire che le riprese dovranno oggettivamente essere disposte a presidio dei beni del datore di lavoro, e magari collocate ed effettuate in circostanze di tempo e spazio già oggetto di episodi delittuosi (minimizzazione), e solo in tale ambito potranno essere legittimamente impiegate anche senza i vincoli di accordo preventivo di cui all’art. 4 dello Statuto (Cass. 13266/18; 10636/17; 22662/16).

Conclusioni

Con la sentenza in commento, la Cassazione esclude che ricorra il reato di cui agli artt. 4 e 38 dello Statuto quando un impianto audiovisivo o di controllo a distanza, sebbene installato sul luogo di lavoro e seppur in difetto di un accordo con le rappresentanze sindacali o con l’Ispettorato del Lavoro, risponda a queste tre condizioni:

  • sia strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale;
  • il suo utilizzo non implichi un significativo controllo del lavoratore (ma solo occasionale)[3];
  • i dati delle videoriprese siano trattati in modo riservato al fine di procedere al solo eventuale accertamento di condotte illecite.

Cass., Sez. III, 27 gennaio 2021, n. 3255

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Si rischia la labirintite a seguire i rinvii testuali che le leggi operano per sancire la previsione penale. Vi prego di seguirmi nel rompicapo normativo che segue.

Dunque: l’art. 38 dello Statuto prevede che le pene in esso contemplate siano applicabili solo alle condotte contrarie alle disposizioni degli artt. 2, 5, 6 e 15. Non è quindi contemplato l’art. 4 e verrebbe da pensare, pertanto, che esso sia escluso. Tuttavia, l’art. 171 del Codice Privacy (come novellato dopo l’entrata in vigore del GDPR nel 2018), prevede che «La violazione delle disposizioni di cui agli articoli 4, comma 1, e 8 della legge 20 maggio 1970, n. 300, è punita con le sanzioni di cui all’articolo 38 della medesima legge». Insomma, il legislatore anziché aggiungere gli art. 4.1 e 8 nell’elenco dell’art. 38 dello Statuo, ha preferito fare un doppio richiamo (condotta e pena) alle disposizioni di una medesima legge: alla faccia della sistematicità! Ma non finisce qui. Va infatti aggiunto che gli articoli 4 e 8 erano elencati nell’art. 38 prima del 2003, ma furono espunti da questo proprio con l’entrata in vigore del Codice Privacy in quell’anno, e in particolare con l’art. 179 («Nell’articolo 38, primo comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300, sono soppresse le parole: “4,” e “,8”»). Tale articolo, tuttavia, non privava di sanzione penale le condotte degli artt. 4 e 8 dello Statuto, poiché queste venivano contemporaneamente richiamate negli artt. 113 e 114 di Codice a loro volta richiamati nella vecchia versione del successivo art. 171. Oggi l’art. 179 è stato abrogato dalla legge di recepimento del GDPR del 2018 e il testo dell’art. 171 è diventato quello sopra richiamato, che comunque rinvia direttamente agli artt. 4 (solo comma 1  invero) e 8 dello Statuto. Verrebbe da dire, tanto rumore per nulla.

Mi domando che senso abbia tutto questo, e soprattutto se sia conforme a Costituzione!

[2] La violazione di quanto disposto dall’art. 4 costituisce un reato di pericolo. Per costante giurisprudenza formatasi anche in ordine alle precedenti disposizioni dello Statuto e del Codice Privacy (es.: Cass. 45198/16; 4331/13): «non è necessaria la verifica dalla funzionalità dell’impianto né del concreto utilizzo dello stesso».

[3] L’art. 4 prevede che si ricorra agli accordi con la RSA o con l’Ispettorato «quando derivi anche la possibilità» di controllo a distanza. Tale passaggio va interpretato nel senso che il controllo occasionale è escluso dall’ambito applicativo della norma, come per esempio nel caso in cui la telecamera punti su una cassaforte o su degli scaffali.

 

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