Contratti Bancari

La Suprema Corte torna a parlare di accesso ai dati personali immessi nel sistema bancario

Cass., 2 agosto 2013, Sez. I, n. 18555 (leggi la sentenza per esteso)

La sentenza della Cassazione del 2 agosto 2013, n. 18555 prende le mosse da quanto disposto dagli artt. 7, 8 e 10 del D.Lgs. 196/2003 (Legge Privacy) – in base ai quali gli interessati al trattamento dei dati personali in ambito bancario possono richiedere agli intermediari tutte le informazioni sulla quantità, qualità, finalità e logica adottata al trattamento, in relazione ai propri dati – dall’art. 119 comma 4 TUB – che prevede che i clienti possano ottenere a proprie spese entro congruo termine e comunque non oltre 90 giorni dalla richiesta, copia della documentazione relativa ad una o più operazioni effettuate dalla banca- e dagli artt. 1366, 1375, 1374 c.c., in cui il viene sancito il principio di buona fede, quale clausola generale di interpretazione e di esecuzione del ci contratti e fonte di integrazione della regolamentazione negoziale.

Nel caso sottoposto alla Suprema Corte, il soggetto aveva  inoltrato istanza di accesso ai propri dati personali, temendo di essere stato segnalato alla Centrale Rischi della Banca d’Italia; non avendo ricevuto riscontro, aveva chiesto al Tribunale di Milano (con il rito al tempo previsto dall’art. 152 Legge privacy) che fosse ordinato alle banche di dare immediato riscontro alle proprie istanze.

Gli istituti di credito si erano difesi sostenendo che la richiesta avanzata non atteneva alla comunicazione dei dati personali dell’interessato ma, piuttosto, si riferiva ai pagamenti effettuati dal soggetto nel corso del rapporto contrattuale e che, pertanto, i tempi per rispondere alla richiesta erano stati influenzati da attività relative alla chiusura dell’anno finanziario ed alle festività.

Con la pronuncia in esame la Prima Sezione della Cassazione, richiamato un proprio precedente (sentenza 349/2013, già commentata in questa rivista) ha confermato  “che la richiesta di accesso ai dati personali deve essere soddisfatta “senza ritardo” da parte del soggetto destinatario e  titolare del trattamento”.

La Corte ha inoltre precisato che, nel caso di interpello da parte dell’interessato, il titolare non può limitarsi a dare una mera conferma dell’esistenza dei dati,  ma deve estrarli dai documenti in proprio possesso ponendoli a disposizione dell’interessato, con ciò facendo intendere che il termine di quindici giorni sia congruo anche in relazione alla consegna della documentazione bancaria contenente le informazioni che l’interessato richiede.

La sentenza si conclude infatti con la conferma della decisione del giudice di merito che ha considerato perentorio il termine di quindici giorni stabilito dall’articolo 146, D.lgs. 196/2003, che si configura quale congruo “spatium deliberandi” al fine di elaborare e consegnare le informazioni da comunicare al cliente interessato, chiarendo che lo scopo della norma invocata è quello di “garantire, a tutela della dignità e riservatezza del soggetto interessato, la verifica dell’avvenuto inserimento, della permanenza, ovvero della rimozione” di dati personali, e ciò indipendentemente dalla circostanza che tali eventi fossero già stati portati in altro modo a conoscenza dell’interessato” e che tale verifica può essere  “attuata mediante l’accesso ai dati raccolti sulla propria persona in ogni e qualsiasi momento della propria vita relazionale”.

(Paola Guidi – p.guidi@lascalaw.com)

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