Contenzioso finanziario

La Cassazione si pronuncia in merito alla eccezione di nullità del cd “contratto quadro”

Nel corso di questi anni, uno dei leitmotiv che hanno accompagnato le cause di mercati finanziari (nonché quelle più in generale quelle relative ai servizi bancari e finanziari) è stata l’eccezione di nullità sollevata da parte dei clienti, i quali dichiaravano di non aver ricevuto alcuna accettazione dei servizi prestati da parte della banca o intermediario e che, di fatto, negli anni avevano avuto corso senza alcuna contestazione.

Al di là della questione che spesso ben poteva e doveva essere risolta facendo affidamento sul generale principio di “buona fede”, la Giurisprudenza di merito – dapprima affascinata dall’ipotesi della nullità per carenza della forma scritta – si è poi orientata verso un lettura più corretta e più attinente alla ratio della cosiddetta “nullità relativa”.

Da ultimo, difatti, alcuni Tribunali di merito non ritenevano in alcun modo titolari di interesse alla proposizione dell’eccezione, quei soggetti che, avendo tra le mani la copia del contratto sottoscritta da loro stessi, sollevavano presunte nullità in ragione della affermata inesistenza della accettazione da parte dell’intermediario finanziario (così, tra le tante, Tribunale di Torino, 7 marzo 2011).

Da premette vi è, innanzitutto, il fatto che, le azioni venivano spesso intraprese da parte degli investitori mediante la produzione in giudizio della copia dei contratti da loro ricevuta in sede di reclamo, senza considerare che: a. nelle premesse dei contratti veniva dato espressamente atto del fatto che copia firmata da parte della Banca era stata da loro ricevuta in segno di accettazione; b. la copia pertanto in possesso della Banca ben poteva essere stata sottoscritta solamente da parte del cliente quale manifestazione della volontà negoziale di quest’ultimo.

Inoltre, non venivano considerate, da parte di taluna giurisprudenza, il fatto che i contratti bancari/servizi di investimento vengono normalmente conclusi a mezzo di scambio di corrispondenza e che gli stessi (spesso con clausole imposte della normativa primaria e secondaria di settore) devono essere considerati “contratti per adesione” e, pertanto, con l’adesione del cliente la stipulazione era da ritenersi perfezionata.

Da ultimo, sempre la Giurisprudenza favorevole alla tesi della nullità contrattuale, ometteva di considerare il fatto che i contratti a forma scritta “ad substantiam” potevano essere accettati da parte del contraente attraverso anche mediante altro scritto diretto alla controparte e dal quale emerga l’intento di avvalersi del contratto.

La dimostrazione della accettazione poteva, dunque, avvenire sia con la produzione della copia firmata da parte della Banca, ovvero attraverso la produzione della documentazione, proveniente da parte della Banca, nella quale si faceva espresso richiamo al contratto.

Sulla scorta di tali considerazioni, proprio la Suprema Cortedi Cassazione, con sentenza n. 4564/2012 (leggi la sentenza per esteso), ha affermato che: “la giurisprudenza di questa Corte ha affermato che l’accertamento della avvenuta sottoscrizione di un contratto costituisce accertamento di merito non sindacabile in sede di legittimità se correttamente motivato. Nel caso di specie la corte d’appello ha ritenuto che il contratto sarebbe stato firmato anche dalla banca perché, essendosi il negozio concluso per corrispondenza, la copia firmata dalla banca non poteva che essere in mani dei ricorrenti. Tale accertamento appare ragionevolmente argomentato ove si tenga conto che nel contratto stesso, per come riportato dai ricorrenti nel ricorso, è dato atto da parte di questi che “un esemplare del presente contratto ci è stato da voi consegnato”; il che rende ragionevole affermare che il detto esemplare fosse quello sottoscritta dalla banca e consegnato ai ricorrenti. A prescindere da ciò va, peraltro, rilevato che la giurisprudenza costante di questa Corte, premesso che, nei contratti per cui è richiesta la forma scritta “ad substantiam” non è necessaria la simultaneità delle sottoscrizioni dei contraenti, ha ritenuto che sia la produzione in giudizio della scrittura da parte di chi non l’ha sottoscritta, sia qualsiasi manifestazione di volontà del contraente che non abbia firmato, risultante da uno scritto diretto alla controparte e dalla quale emerga l’intento di avvalersi del contratto, realizzano un valido equivalente della sottoscrizione mancante, purché la parte che ha sottoscritto non abbia in precedenza revocato il proprio consenso ovvero non sia deceduta (cfr., tra le tante, Cass . 16.10.1969 n. 3338; Cass 22.5.1979 n. 2952; Cass 18.1.983 n. 469; Cass 5868/94; Cass 2826/00; Cass 9543/02 ;Cass 22223/06). Anche quindi a voler ritenere che non risulti una copia firmata del contratto da parte della banca, l’intento di questa di avvalersi del contratto risulterebbe comunque ,oltre che dal deposito del documento in giudizio, dalle manifestazioni di volontà da questa esternate ai ricorrenti nel corso del rapporto di conto corrente da cui si evidenziava la volontà di avvalersi del contratto (bastano a tal fine le comunicazione degli estratti conto) con conseguenze perfezionamento dello stesso”.

(Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com)

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