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La “sofferenza” che legittima la segnalazione alla Centrale Rischi

Ai fini della segnalazione a sofferenza la nozione di insolvenza che si ricava dalle Istruzioni emanate dalla Banca d’Italia, sulla base delle direttive del CICR, non si identifica con quella propria fallimentare, ma si concretizza in una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzabile come deficitaria, ovvero come di grave difficoltà economica, senza, quindi, alcun riferimento al concetto di incapienza o irrecuperabilità”.

È quanto ha precisato la Corte di Cassazione con una recente ordinanza che ha confermato la legittimità di una segnalazione alla Centrale rischi.

Nel caso di specie, il ricorrente aveva convenuto innanzi al Tribunale di Cagliari l’Istituto di credito, affinché fosse accertata l’illegittimità della segnalazione del proprio nominativo presso la Centrale dei rischi della Banca d’Italia, ma il Giudice delegato aveva respinto le domande attoree.

Il giudice dell’impugnazione, confermando la decisione del giudice di prime cure, aveva osservato come la situazione riscontrata dalla banca – invero, la “significativa e perdurante situazione debitoria, accompagnata da elementi sintomatici rilevanti circa una grave e non temporanea difficoltà economica” – aveva fondato la previsione di un difficile e problematico recupero del credito legittimando l’attuata segnalazione.

La questione è stata, quindi, sottoposta alla Corte di Cassazione che, ritenendo non fondati i motivi di censura formulati dal ricorrente, ha osservato come, nell’apprezzamento da compiersi circa l’esistenza di una sofferenza, legittimante la segnalazione presso la Centrale rischi, entri sicuramente in gioco la cd. “consistenza patrimoniale” del debitore. Invero, la situazione di “sofferenza” che rende legittima la segnalazione alla Centrale Rischi – pur non coincidendo con quella propria fallimentare – deve concretizzarsi in “una grave e non transitoria difficoltà economica equiparabile, anche se non coincidente con la condizione di insolvenza”.

In proposito, occorre ricordare come il concetto di “situazione di sofferenza” sia contigua a quella di insolvenza fallimentare, rappresentandone, in buona sostanza, una espressione attenuata. La giurisprudenza di legittimità, infatti, ha definito tale situazione prendendo le mosse da una “nozione levior rispetto a quella dell’insolvenza fallimentare”, dove il marcato sbilanciamento tra l’attivo e il passivo patrimoniale accertati deve essere attentamente valutato non potendosene prescindere.

Sul punto – prosegue dunque la Corte – è del tutto evidente che l’eventuale eccedenza del passivo sull’attivo patrimoniale, “pur se non fornisce, di per sé solo, la prova della detta insolvenza, (…) costituisce, pur sempre, nella maggior parte dei casi, uno dei tipici fatti esteriori che, a norma dell’art. 5 I. fall., si mostrano rivelatori dell’impotenza dell’imprenditore a soddisfare le proprie obbligazioni”. Sarebbe, dunque, incongruo ritenere che una situazione di insufficienza patrimoniale rilevi ai fini dell’insolvenza e non ai fini della meno grave situazione di sofferenza.

È indubbio, pertanto – secondo la giurisprudenza di questa Corte – che il conferimento dell’immobile nel fondo patrimoniale, la protratta inadempienza della ricorrente e la problematica situazione dell’impresa della medesima abbiano concorso a delineare una situazione di sofferenza. Ciò, certamente, in continuità logica con quanto disposto nella circolare n. 139 della Banca d’Italia sulla centrale dei rischi

È ivi previsto che alla categoria di censimento “sofferenze” vada ricondotta “l’intera esposizione per cassa nei confronti di soggetti in stato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente, o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dall’azienda”. Ed in aggiunta, “si prescinde, pertanto, dall’esistenza di eventuali garanzie (reali o personali) poste a presidio dei crediti”.

In ragione di quanto sopra, rigettando il ricorso proposto, la Corte di Cassazione arriva a statuire il principio per cui “proprio in quanto la segnalazione a sofferenza non richiede una previsione di perdita, non rileva che una perdita possa essere astrattamente esclusa dalla presenza di garanzie reali o personali. Il che non significa affatto che l’intermediario, nel valutare se procedere o meno alla segnalazione, debba prescindere dal dato della riduzione del patrimonio del debitore”.

Cass., Sez. I, Ord., 15 dicembre 2020, n. 28635

Giuliana Petronaci – g.petronaci@lascalaw.com

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