L’assenza di preventivo non esclude il diritto al compenso dell’avvocato

La sofferenza interiore va provata (e tempestivamente allegata)

Il danno morale, inteso quale lesione alla sfera psichica di un soggetto, non può ritenersi automaticamente incluso nella domanda di risarcimento del danno non patrimoniale e, laddove richiesto, dovrà formare oggetto di separata allegazione, valutazione e liquidazione, posto che soltanto in presenza di circostanze specifiche ed eccezionali, allegate dal danneggiato, è consentito al giudice incrementare le somme dovute a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione.

Lo ha precisato la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione.

Muovendo dal caso di una madre che, sia in primo sia in secondo grado, si era vista respingere la richiesta di risarcimento del danno morale soggettivo, patito a seguito della morte del figlio avvenuta in un incidente stradale, la Cassazione è tornata ad affrontare un tema molto dibattuto in dottrina e in giurisprudenza poiché afferente alla sfera emotiva dei soggetti ed estraneo alla determinazioni medico legali.

In particolare, nel caso di specie, Tribunale e Corte d’appello avevano respinto la domanda della donna, rilevando la tardività delle allegazioni relative al danno morale soggettivo, effettuate solo in sede di terza memoria 183 comma VI c.p.c.

Alla luce di ciò gli eredi della donna, deceduta nel corso del giudizio, avevano proposto ricorso in Cassazione, deducendo che i giudici di merito avessero errato nel ritenere che la domanda relativa al danno morale soggettivo fosse stata proposta tardivamente dal momento che l’atto di citazione conteneva la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale che racchiude in sé anche la voce del danno morale soggettivo.

Ebbene, tale tesi, già non gradita dalla Corte d’appello, non ha trovato neppure conforto nei giudici della Suprema Corte che, ripercorrendo i propri precedenti, hanno colto l’occasione per ribadire  che sebbene il danno biologico, il danno morale ed il danno esistenziale rappresentino componenti dell’unico genus “danno non patrimoniale”, dall’unitarietà del quale discende l’onnicomprensività del giudizio di liquidazione del danno alla persona, è altresì vero che “ogni sub-specie (tipo) di danno alla persona non può sfuggire al principio di allegazione e di prova che regola il processo civile”.

E invero, secondo la Cassazione “nella materia de qua il principio è riflesso nei precedenti di questa Corte secondo i quali possono essere risarcite plurime voci di danno non patrimoniale, purchè allegate e provate nella loro specificità, e purché si pervenga ad una ragionevole mediazione tra l’esigenza di moltiplicare in via automatica le voci risarcitorie in presenza di lesioni all’integrità psicofisica della persona con tratti unitari suscettibili di essere globalmente considerati, e quella di valutare l’incidenza dell’atto lesivo su aspetti particolari che attengono alla personalità del danneggiato”.

Pur rientrando in una categoria unitaria, le diverse voci di danno non patrimoniale possiedono infatti un’interna autonomia che dal punto di vista ontologico si traduce in una necessaria differenziazione, mentre dal punto di vista processuale implica un onere di allegazione e specificazione ulteriore per la parte che invoca la tutela, nel rispetto dei termini codicistici.

Ciò perché, secondo un orientamento ormai sedimentato, il danno biologico è un danno ontologicamente distinto, con presupposti giuridici e probatori assolutamente diversi rispetto al danno morale. Mentre, infatti, il danno biologico attiene alla sfera esterna, relazionale, del soggetto, il danno morale attiene alla sfera interna del danneggiato, alla sua sensibilità emotiva che non ha una base organica e un fondamento medico legale (essendo inerente alla sofferenza interiore del soggetto).

Non essendoci dunque identità tra danno morale e biologico (neppure quando il danno biologico attiene alla sfera psichica del soggetto) ne deriva che entrambe le voci andranno allegate e provate nell’ambito del giusto contraddittorio tra le parti. E, trattandosi di profili distinti, il giudice di merito dovrà verificare se e come tali specifiche componenti siano state allegate e provate dal soggetto che ha azionato la pretesa.

Sulla base delle siffatte argomentazioni, la Cassazione ha rigettato il ricorso, allineandosi all’interpretazione dei giudici di merito che avevano ritenuto tardiva l’allegazione relativa al danno morale soggettivo.

Cass., Sez. III, Ord., 20 aprile 2020, n. 7964 

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

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