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La servitù coattiva d’acquedotto: contro chi proporre la domanda?

La vicenda al vaglio della Suprema Corte ed esaminata nella recente pronuncia in parola trae origine da una azione di negatoria servitutis proposta da una Società a responsabilità limitata, proprietaria del fondo gravato dal peso imposto dal passaggio di tubazioni, nei confronti di una società elettrica. Quest’ultima, costituitasi, affermava in via principale l’esistenza di una servitù consensuale e, in via subordinata, avanzava domanda di servitù coattiva d’acquedotto.

Tanto nel primo grado di giudizio, quanto nel secondo, veniva riconosciuta la fondatezza delle domande originariamente svolte dall’attore, con condanna della convenuta alla rimozione dei tubi ed al risarcimento del danno.

La società elettrica proponeva dunque ricorso per cassazione, al quale la S.r.l. resistenza con controricorso.

In particolare, la Società Elettrica denunciava la violazione degli articoli 1033, 1034 e 1037 cod. civ. e 100, 115 e 183 Cod. proc. civ. in relazione all’articolo 360 cod. proc. civ. n. 3. In sintesi, secondo la ricorrente, la Corte locale avrebbe male applicato il principio di diritto enunciato dalle S.U. con la sentenza 9685/2013 considerato che, nel caso in esame, non ricorreva la necessità della partecipazione al processo dei proprietari di altri fondi che fossero frapposti tra quello ipoteticamente intercluso e la via pubblica (o, nel caso di specie, la fonte) e, questo, per il semplice fatto che tra i fondi in questione nella vicenda in esame non ve ne fosse alcun altro.

Allo stesso modo, la Ricorrente evidenziava come non potesse estendersi analogicamente il regime normativo sull’articolo 1051 cod. civ. al differente articolo 1037 cod. civ. e, questo, poiché, come riportato nella ricostruzione dell’ordinanza “in materia di servitù di acquedotto l’art. 1037 c.c. si limita a stabilire che chi vuol fare passare le acque sul fondo altrui deve dimostrare che può “disporre” dell’acqua durante il tempo per cui chiede il passaggio, mentre non rileva affatto che il collegamento venga realizzato dall’utente finale alla sorgente”; – l’art. 1037 in parola “con l’espressione “disporre dell’acqua” (…) intende riferirsi a qualsiasi rapporto sia di natura reale (proprietà, enfiteusi, usufrutto, superficie) sia di natura obbligatoria (come somministrazione, locazione-conduzione etc.) di godimento dell’acqua, nonché a qualsiasi tipo di utilizzazione dell’acqua, per effetto di concessione o riconoscimento di utenze pubbliche da parte della p.a.”;

Sempre la ricorrente precisava che non era poi oggetto di controversia il non essere titolare di servitù di acquedotto sugli altri fondi ed era tuttavia pacifico che la condotta forzata alimentasse da oltre trent’anni una centrale elettrica e, inoltre, si era già affermata la legittimità dell’occupazione dei fondi attraversati facendo valere vari titoli obbligatori.

Il ricorso veniva tuttavia respinto in quanto la doglianza veniva ritenuta infondata. In particolare, come precisato dalla Cassazione, la Corte d’Appello faceva corretta applicazione del principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite con la sentenza del 2013 affermando che la domanda meritasse di essere rigettata in quanto formulata nei confronti di uno solo dei proprietari dei fondi interessati dal passaggio della tubazione.

Sul punto, infatti, non veniva ritenuta persuasiva la ricostruzione svolta dalla Ricorrente per la quale vi fosse una netta distinzione tra la fattispecie della servitù prediale (sottoposta all’esame della Corte nella Sentenza del 2013) e quella di acquedotto. In entrambi i casi, infatti, si tratta di prendere in considerazione non soltanto il passaggio, quanto il percorso della tubazione nella sua interezza (nel caso di specie, dalla fonte idrica alla centrale elettrica). Non è invece stata considerata rilevante, nel caso di specie, la circostanza per la quale non vi fossero fondi interposti tra quelli oggetto di controversia in quanto, dato rilevante, è l’utilizzabilità dell’acquedotto nella sua interezza e – dunque – senza soluzione di continuità che, altrimenti, renderebbe inutile il passaggio della tubazione.

In sintesi, dunque, il procedimento logico seguito dalla Corte nel 2013 trova la medesima applicazione – fatte le dovute modifiche – nel caso di specie, occorrendo che su tutto il tracciato il fondo aspirante dominante abbia titolo per il transito.

Allo stesso modo la Corte non ha ritenuto condivisibile la tesi per la quale, essendo il passaggio già in essere relativamente ad altri fondi, allora la servitù coattiva sarebbe stata riconoscibile. Difatti, tale considerazione deve essere valutata sotto una differente angolazione: in tanto è utile la costituzione del diritto reale di servitù in quanto analogo diritto possa costituirsi per tutti i tratti interessati dalla condotta, diversamente si tratterebbe di un riconoscimento monco e inutilmente lesivo del diritto di un solo proprietario.

Le S.U. hanno dunque concluso per il rigetto del ricorso, enunciando inoltre il seguente principio di diritto: “sussistendo la medesima “ratio”, in materia di servitù coattiva d’acquedotto vale il principio enunciato dalla Sezioni unite, con la sentenza n. 9685/2013, secondo il quale l’azione di costituzione coattiva di servitù di passaggio deve essere contestualmente proposta nei confronti dei proprietari di tutti i fondi che si frappongono all’accesso alla pubblica via; nè, al fine è bastevole alla parte istante allegare che su tutte le altre tratte o su talune di esse, il passaggio avvenga precariamente“.

Cass. , Sez. II, Ord., 26 agosto 2021, n. 23459

Davide Gavazzeni – d.gavazzeni@lascalaw.com

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