Diritto Processuale Civile

La ripetibilità delle voci tariffarie riferite a consultazioni con il cliente e alla corrispondenza informativa nell’atto di precetto

La presente trattazione si pone quale obiettivo la risoluzione dell’annosa e dibattuta questione inerente la possibilità di inserire o meno nell’atto di precetto, notificato a seguito di decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, alcuni diritti spettanti al procuratore e segnatamente le voci “consultazioni con il cliente” e “corrispondenza e spese”.

Il quesito affonda le sue radici nella problematica di più ampio respiro relativa all’estensibilità al procedimento esecutivo di tutta una serie di prestazioni non espressamente disciplinate nella Tabella II (relativa proprio alla fase esecutiva) della “vigente” tariffa professionale (D. M. 8 aprile 2004, n. 127).

Gli Autori che sposano la tesi negativa muovono da una lettura asettica del dato letterale – per l’appunto, la mancata previsione di tali competenze nella parte sul processo di esecuzione, diversamente da quanto regolamentato nella Tabella del processo di cognizione – a parere dello scrivente affatto non condivisibile, se solo si consideri che, così ragionando, si arriverebbe all’assurdo di ritenere non richiedibili una pluralità di diritti (vedasi, a titolo meramente esemplificativo, “Posizione e archivio” o “Disamina”) che, sebbene non indicati nella Tabella II, indiscutibilmente si reputano dovuti anche nella fase esecutiva.

A conforto di quanto sopra, si tenga conto che nella precedente tariffa professionale (D.M. 5 ottobre 1994, n. 585) era riportata una clausola di chiusura (punto 77), a mente della quale per tutte quelle prestazioni non previste nel paragrafo sul processo di esecuzione si sarebbero dovute applicare le corrispondenti voci valide per il processo di cognizione; clausola, poi, integralmente trasfusa nella attuale tariffa professionale (punto 74).

In virtù delle superiori osservazioni, la consolidata prassi forense reputava come fatto oramai acquisito la introducibilità, in precetto, di quelle competenze non direttamente inserite nella sezione sull’esecuzione; orientamento, peraltro, suffragato da un risalente pronunciato di legittimità (Cass. 16/12/1981, n. 6665) che statuiva – con specifico riferimento alla “corrispondenza informativa con il cliente” – l’applicabilità delle voci del procedimento di cognizione alle “…prestazioni non espressamente previste, ma sostanzialmente corrispondenti, del procedimento esecutivo”, in forza della su richiamata clausola di chiusura (punto 73 della tariffa professionale allora vigente, approvata con D.M. 23 dicembre 1976).

A mutare il quadro appena citato è intervenuta una rivoluzionaria sentenza della Corte di Cassazione – rimasta, ad oggi, unica in materia – con cui si è sostenuta la irripetibilità nei confronti della parte soccombente, in sede di precetto intimato dalla parte vittoriosa anche successivamente ed in relazione alla sentenza definitiva, degli onorari e dei diritti di “consultazioni con il cliente” e “corrispondenza informativa con il cliente” (Cass. 20.08.2002, n. 12270).
La successiva giurisprudenza di merito si è, probabilmente in modo sin troppo “accomodante”, adagiata sull’arresto da ultimo cennato, uniformandosi sic et simpliciter a tale “…condivisibile principio di legittimità” (così Tribunale Bari 28.08.2007), senza un approfondito esame dei percorsi motivazionali addotti dal Supremo Collegio a fondamento della conclusione testè indicata e senza alcun contributo che andasse oltre una pedissequa riproduzione della su menzionata massima (vedasi Tribunale di Monza 20.03.07; nello stesso senso Tribunale Roma 21.09.2006 in cui i Giudici capitolini hanno licenziato il problema affermando che i due diritti in parola non fossero dovuti per il processo esecutivo “…per le ragioni sostenute dalla giurisprudenza richiamata dall’opponente – proprio Cass. 12270/2002 -, che si condivide”).

Ciò posto, è doveroso soffermarsi con maggiore attenzione sulle argomentazioni rese dalla Suprema Corte nella sentenza-guida di cui si discute, onde evitare il facile accoglimento delle non poche opposizioni a precetto – per assunta non debenza di alcune somme in favore del procuratore – esclusivamente sulla scorta del mero ed acritico richiamo al pronunciato in oggetto.

In primo luogo, la Cassazione prende in esame, nel caso sottopostole, il precetto intimato dalla parte vittoriosa “…successivamente ed in relazione alla sentenza definitiva” (non già a seguito di decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo), basando i propri assiomi su una norma di chiusura presente nella precedente tariffa professionale (D.M. 585/1994) ma eliminata nella vigente tariffa (D.M. 127/2004), clausola che escludeva dal novero dei titoli cui applicare le suddette voci “consultazioni con il cliente” e “corrispondenza informativa e spese” proprio le sentenze definitive, facendovi invece rientrare “…ogni sentenza non definitiva, ogni ordinanza collegiale, ogni riassunzione del processo e fissazione di nuova udienza”.

Orbene, non soltanto detta clausola non faceva espressa menzione alle sole sentenze definitive (e, pertanto, del tutto estranea al caso che ci occupa) ma dalla sua abrogazione vieppiù ne discende il meridiano intento del legislatore – che ubi voluti dixit – di applicare i diritti in questione oltre che alle sentenze definitive anche (e a maggior ragione) al decreto ingiuntivo munito di provvisoria esecuzione.

In secondo luogo, il Supremo Collegio, in maniera laconica e sintetica, si è limitato ad osservare che il precetto ha “…natura sostanziale tanto da poter essere sottoscritto dalla parte personalmente o da un suo procuratore ad negozia”, dal che ne deriverebbe la “…non necessità di un’attività difensiva remunerata”.

Non è chi non veda che la “non necessità” sia categoria dogmatica ben distinta dalla “impossibilità”: in altri termini, la Corte di Cassazione si è guardata bene dal ritenere tali diritti in via assoluta non dovuti, implicitamente sostenendo che qualora il precetto fosse redatto da difensore munito di specifico mandato rilasciatogli dall’assistito, dette prestazioni dovrebbero essere legittimamente riconosciute al Professionista.

In questo solco si muove Trib. Campobasso 10.03.2005 che, prendendo nettamente le distanze dalla più volte ricordata Cass. 12270/2002, correttamente sostiene che, stante la clausola di chiusura di cui sopra, le competenze de quibus siano riferibili anche alla fase esecutiva “…qualora le relative attività siano compiute dal procuratore della parte”. Il che verrebbe altresì confermato dalla circostanza che è lo stesso legislatore a riconoscere al professionista i diritti e di redazione dell’atto di precetto (voce 47) e di notifica del medesimo (voce 48).

Il Tribunale molisano, inoltre, opportunamente evidenzia come il difensore svolga “…fin da subito dopo la formazione del titolo esecutivo, attività di consultazione con il cliente, se non altro per valutare termini e modalità dell’attività esecutiva, e ciò tanto più in casi di titoli giudiziali provvisoriamente esecutivi”, reputando, quindi, non revocabile in dubbio la debenza di tali prestazioni al procuratore.

In definitiva, alla luce delle presenti deduzioni e prima che la Suprema Corte si pronunci nuovamente sull’argomento – con una sentenza ci si attende di senso contrario, quanto meno per effetto delle intervenute modifiche legislative alla Tariffa professionale – riterrei opportuno che i giudici di merito, abbracciando quell’orientamento fatto proprio da alcuni Tribunali (vedasi Trib. Modena 2.11.05 oltre al già rammentato Trib. Campobasso 10.03.05), attraverso una accurata rilettura della massima esaminata, evitino di applicare in modo distorto quanto professato dalla Cassazione in relazione ad una differente fattispecie (peraltro emessa in un nel frattempo mutato contesto normativo) e, con specifico riferimento al precetto notificato in relazione a decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, pervengano al pieno riconoscimento dei diritti in parola in favore del professionista.

(Simone Corradin – s.corradin@lascalaw.com)

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